Da Corato al Paraguay con Sofia Scaringella: «La povertà che mi ha cambiato la vita»

© Sofia Scaringella
Seconda tappa del nostro viaggio con gli studenti di Intercultura. Da Hong Kong ci spostiamo a Coronel Oviedo, un piccolo paesino del Paraguay
Profumo di terra rossa e sorrisi che raccontano il senso della vita. Questo è il Paraguay che ha incontrato Sofia Scaringella, la seconda dei cinque studenti coratini partiti con Intercultura. Dalla immensa Hong Kong di Anna Mazzilli ci spostiamo a Coronel Oviedo, un piccolo paesino del Paraguay.
«Un amore iniziato il 19 febbraio 2014 – racconta Sofia – quando è arrivato il risultato del concorso Intercultura. Ricordo perfettamente quel momento. Lessi “vincitore del programma annuale in Paraguay”, chiamai Anna e la prima cosa che esclamai fu “ma dov’è il Paraguay?”».
Sofia aveva ipotizzato di andare in Brasile o in Argentina ma quando è arrivato il Paraguay non ha avuto alcuna esitazione, le importava solo «partire e conoscere».
«Ora – prosegue Sofia – so bene dove si trova: confina con Brasile, Argentina e Bolivia, non ha sbocchi sul mare né grattacieli o monumenti imponenti. Forse per questo la domanda che puntualmente mi arriva da circa due mesi è “porque elegiste Paraguay?”, “perché hai scelto il Paraguay?”. I primi giorni – confessa Sofia – ho iniziato a chiedermelo anch’io. Ora la risposta ce l’ho: non è una meta turistica, per apprezzarlo bisogna viverlo giorno per giorno. Lo sceglierei altre mille volte».
Il Paraguay. La terra tormentata per 35 anni dalla dittatura di Strossner e da numerose guerre, oggi custodisce e difende la propria libertà, la democrazia e le tradizioni. «Non perdono un giorno per ricordarmelo – sottolinea Sofia – anche nell’uso della lingua. Oltre allo spagnolo, qui c’è la seconda lingua ufficiale, il guarani. E’ molto usato dai paraguaiani, li contraddistingue. Tengono molto alle loro tradizioni e al loro orgoglio paraguaiano».
La povertà. Scendendo dall’aereo Sofia l’ha incontrata sul suo tragitto per raggiungere casa: «Qui l’asfalto copre solo la metà delle strade, il resto è sabbia e terra rossa. La povertà è disarmante, di quelle che vedi solo in tv, tutti sappiamo che c’è ma la consideriamo anni luce lontana da noi. Toccarla con mano lascia a bocca aperta, è qualcosa a cui è difficile abituarsi ma insegna davvero tanto.
Il 12 agosto è stato il giorno che non dimenticherò mai, ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Ero arrivata da poco e mi mancava la mia vita, ero triste. Mi portarono in una delle zone più povere del paese e incontrai dei bambini che non avevano assolutamente nulla, camminavano scalzi e ridevano a crepapelle giocando con la terra o vedendo me che sbagliavo le parole in spagnolo. Incontri che mi hanno inevitabilmente cambiata, mi hanno fatto capire che la mia “tristezza” non ha ragione d’esistere e nulla va dato per scontato».
Dalla percezione ai gesti concreti: «Mi sono iscritta ad una associazione di volontariato che si chiama “Un techo para mi pais” e si occupa di costruire case per i senza tetto, a fine mese parteciperò alla mia prima costruzione». Spesso oltre all’elettricità manca anche l’acqua a Coronel Oviedo «ma io sono fortunata, c’è il pozzo in casa» esclama Sofia per rassicurarci.
La famiglia. E’ il gancio sicuro tra la serenità e le difficoltà da affrontare. Tutta al femminile, perchè papà Soel lavora fuori e torna solo nel fine settimana: «Mi hanno accolta mamma Mirian e quattro sorelle: Guada 24 anni, Lujan 22, Monica 20 e Sara 19. Io con i miei 17 anni resto la più piccola. Tutti insieme mi stanno insegnando cosa significa famiglia, ospitalità e amore. Non so se sarò in grado di ringraziarli abbastanza. La loro presenza, il loro affetto, il loro modo di essere, il modo di essere dei paraguaiani in generale fa stare bene. Un po’ mi sento già paraguaiana e spero tanto di portarlo con me in Italia questo modo di essere».
La giornata. Si inizia molto presto, sveglia alle 6 e inizio lezioni alle 6.50, in divisa. La giornata si apre con la lettura del messaggio cristiano e due volte a settimana si canta l’inno nel cortile e si ascolta il messaggio del preside. «Non ci sono libri – cosa che mi ha sconvolto! dice sorridendo Sofia – i professori spiegano o dettano e si usano molto i lavori e le esposizioni di gruppo».
Alle 12.10 tutti a casa: «Il caldo è insopportabile, in inverno ci sono stati anche 35 gradi. Dalle 14 il mondo sembra spegnersi, c’è la siesta. La sera si passa in famiglia. Ci sono cugini e zii in casa ad ogni ora del giorno, a guadare un film, a parlare del più e del meno, a cucinare e a mangiare quel cibo tipico che ormai tanto amo».
Il cibo. Sofia ha imparato ad amare tanti piatti tipici: «Sopa, chipa, empanadas e asado. Si mangia carne ad ogni ora del giorno e della notte, accompagnata dal riso che non manca mai». E in valigia ha portato qualcosa di speciale: «La ricetta della nonna con cui ho preparato il salamino di cioccolato. Devo ammettere che hanno apprezzato tanto e dovrò rifarlo: ne hanno finiti quattro in un giorno».
La convivialità è importante: «Se dovessi descrivere con un’immagine il concetto di accoglienza – commenta Sofia – sicuramente utilizzerei il volto di un paraguaiano che invita a casa sua per “tomar terere”, la bevanda tipica del posto: acqua fredda con erbe aromatiche. Si beve in cerchio passandosi il bicchiere, è un ottimo pretesto per interrogare sugli argomenti più svariati e farti sentire accolta».
Capacità di fidarsi e affidarsi: «Quest’esperienza – conclude Sofia – è un po’ come fare un tuffo nell’ignoto che, è risaputo, spaventa. Eppure non c’è niente di più emozionante, elettrizzante e stupefacente del rendersi conto che quello che per te due mesi fa era l’ignoto ora è diventato quotidianità e, passo dopo passo, solo con le tue forze sei riuscita a costruirti un piccolo pezzo di vita».
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