Dar voce a chi non ne ha. Presentato il “Padiglione Tibet”

Giuseppe Gallo
Bandiera tibetana

Il progetto convoglia e scatena la forza prorompente dell'arte per lanciare un messaggio di pace

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Stoico, fiero e imperturbabile dinanzi alle più umilianti devastazioni, il Tibet è forse l’astro più luminoso che costella il firmamento delle nazioni senza stato. È una cultura dalla territorialità imposta, vittima da oltre cinquant’anni dell’occupazione cinese e privata di ogni speranza di autodeterminazione in barba alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

“Padiglione Tibet”, progetto giunto alla seconda edizione, convoglia e catalizza il potere taumaturgico dell’arte per diffondere un grande messaggio di pace e risposte concrete agli interrogativi che attanagliano l’uomo schizofrenico del ventunesimo secolo.

L’idea ha già trovato una calorosa accoglienza a Torino e Venezia. La critica di Dorfles, Fo e Sgarbi si è mostrata entusiasta dell’iniziativa, che si è avvalsa della partecipazione di due esponenti di spicco del panorama artistico locale: Oronzo Liuzzi e Alexander Larrarte, rispettivamente nelle vesti di artista e curatore. Oltre a loro, alla presentazione svoltasi ieri pomeriggio a Palazzo di città hanno preso parte anche il vicesindaco Scaringella e Rossana Bucci, presidente dell’associazione “Eureka”. A tenere le redini del dialogo il giornalista Franco Tempesta.

L’organizzatore Ruggero Maggi ha chiamato a raccolta un esercito di artisti per scatenare la forza prorompente dell’arte dinanzi alla pluridecennale occupazione cinese e «frantumare il silenzio», come si evince dalle sue stesse parole affidate alla lettura dell’attrice Marilena Piglionica.

«L’arte può schiudere un mondo nuovo, scuoterci, sconvolgere la psiche; la sua assenza provoca indifferenza e maleducazione, manifestandosi quando la cultura è declassata al rango di “Cenerentola”», constata amaramente Liuzzi. Ma l’artista guarda sempre avanti, con particolare attenzione agli oppressi. «Il “Padiglione Tibet” – annuncia – sarà parte integrante della Biennale di Venezia 2015, con un parterre di grandissimi critici e artisti».

Maggi ha documentato in un video il lavoro certosino dei monaci tibetani nella realizzazione dei mandala, tradizionali disegni di sabbia dalla forma circolare ed espressione dell’articolata cosmogonia buddista. Tali creazioni vanno sempre incontro a distruzione per celebrare la rinascita come frutto della scomparsa. Le immagini della proiezione e le bandiere tibetane (dalla ricchissima simbologia) in Sala consiliare richiamano l’armonia e le tinte arancio del Kundun di Scorsese, grande capolavoro del cinema mondiale.

«La Cina commette crimini contro l’umanità cercando di cancellare completamente la cultura di questo popolo, la cui reazione non violenta ha sensibilizzato l’opinione pubblica mondiale grazie anche all’immensa forza del Dalai Lama», riflette Scaringella ripensando anche alla sua tesi di laurea dedicata al Tetto del mondo. Una strategia in netta contrapposizione con quella della lotta armata intrapresa da buona parte dei movimenti indipendentisti europei.

Proprio le differenze tra la frenesia occidentale e la meditazione di varie culture orientali hanno ispirato il saggio intervento di Rossana Bucci. L’invito è a riflettere sul senso odierno della sovranità statale, a chiederci «se anche noi siamo senza patria o cittadini di una terra matrigna», mentre ritornano di prepotenza i topoi della letteratura novecentesca delle passioni tristi, dell’uomo sopraffatto dalla frettolosa modernità, ridotto a subire la frammentazione dell’ego e a ritrovarsi di colpo senza qualità. La meditazione, invece, «ci allontana dall’effimero, perché potranno toglierci tutto ma non la spiritualità».

Le fa eco il testo di Larrarte sul catalogo del Padiglione: «Vogliamo dar voce a chi non ne ha attraverso una ricerca binaria in chiave artistico – antropologica; la tentata cancellazione delle idee non potrà mai annullarle» poiché “i miei nemici diverranno nulla, i miei amici diverranno nulla, anch’io diverrò nulla, similmente tutto diverrà nulla”, secondo le parole di Tenzin Gyatso.

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Commenti

  • sother (utente non verificato)

    L’invasione di un Paese da parte di un altro va letta sempre a “doppia faccia”, a seconda di chi attua l’occupazione o di chi la subisce: ognuna delle due parti ha infatti delle ragioni da addurre per perorare la propria causa. Per non andare così lontano geograficamente e culturalmente, basta ripercorrere le varie annessioni effettuate dal Piemonte prima e dal regno d’Italia poi, dettate dall’esaltazione di pochi e non da un illuminato pragmatismo, e realizzate sempre senza considerare affatto la volontà di chi abitava le zone annesse. Specie il sud Italia, con i grossissimi problemi sviluppatisi dopo la forzata annessione, è l’esempio lampante degli errori di valutazione politici, conseguenti a capricci ideologici. Ora il Nord (cioè quel poco che è rimasto di autoctono), fautore ed attuatore dell’unione, vorrebbe tornare indietro…