Teatro elitario o teatro popolare? Franco Vangi prova a mettere tutti d’accordo

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Nell'opinione del professore «c'è sempre una giusta via di mezzo in qualsiasi questione e le opposte tesi radicali sono errate perché tirate agli estremi come una molla che si spezza»
L’attualissimo e vibrante dibattito sul teatro non accenna a placarsi e il professor Franco Vangi prova a mettere tutti d’accordo esprimendo il suo parere nella seguente nota. L’ex docente di lettere è attivo alla ricerca di un punto di equilibrio tra le diverse posizioni sulla gestione del cartellone e si appella al senso di responsabilità di politici e addetti ai lavori.
«”Est modus in rebus”: non per citare la cultura latina, ma perché c’è vera saggezza in questo aforisma. C’è sempre,insomma, una giusta via di mezzo in qualsiasi questione e dunque le opposte tesi radicali sono errate perché tirate agli estremi come una molla che si spezza.
Di De Filippo “Natale in casa Cupiello” è “popolare”, ma pure “d’élite”; di Shakespeare “Amleto” è “d’élite”, ma pure “popolare”: bisogna andarci cauti nell’uso di questi termini: non è il genere teatrale che conta, ma la qualità artistica. Un po’ di sale in zucca!
La questione è stata affrontata in un dibattito tra esperti presso la “Centrale delle idee” per iniziativa dell’associazione “Donne e Società”: vi hanno partecipato operatori sul campo (le famose “assi del palcoscenico”): Giampiero Borgia (regista), Francesco Martinelli (regista), Marinella Anaclerio (attrice), Aldo Caputo (cantante lirico) e ho avuto la ventura di dire il mio parere come “uomo di Cultura” (grazie per la considerazione!) che del Teatro Comunale di Corato ho raccontato in un saggio storico del 1985 vita, morte e miracoli rilevandone le glorie del passato nel contesto turbinoso del secondo Ottocento. Tralascio di narrare la fame, la disperazione, l’epidemia di colera di quegli anni in cui – fulgido diamante – fu inaugurato il teatro (5 dicembre 1874).
Torniamo all’oggi. È emersa nel dibattito una tesi prevalente: l’attività teatrale esige competenze professionali perché trattasi di una forma estetica complessa, demiurgica, totalizzante e ciò non solo nella prosa (cosiddetta “seria”). Ma pure in pièces brillanti e “gastronomiche” (definizione di Brecht). E pertanto il cartellone allestito in questi ultimi mesi presso il nostro teatro è stato certamente “disuguale”: testi alti e altri modesti e – soprattutto – si è offerta disponibilità generosa soddisfacendo ogni richiesta di esibizione senza un filtro selettivo: domanda – risposta – registrazione della data dello spettacolo.
La tesi minoritaria emersa nel dibattito ha marcato la partecipazione “democratica” dei cittadini ad un teatro che – non per nulla – si definisce “comunale” e quindi proprietà del popolo coratino. È vero, il teatro è di tutti ed è giusto – e finanche ovvio – affermarlo, ma la complessità dell’arte teatrale?
Sì, teatro scolastico può anche avere ribalta solenne nel teatro comunale; Certamente, anche compagnie amatoriali, se animate dal “sacro furore” dell’arte e di livello decoroso possono calcare le famose “assi del palcoscenico”, ma una regolamentazione è necessaria: non per escludere, ma per disciplinare, non per pollice verso, ma per mano tesa anche a gruppi locali che con dignità e passione sin avventurano in un percorso creativo.
Conclusione: trattasi di quel “modus in rebus” appunto, quel pizzico di saggezza che nella vita dona armonia e non solo nel teatro».
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