Parole e silenzio, da Bianchi a Calabrese passando per Pulp fiction. Caleidoscopio allarga i confini

© Annalisa Anelli
Dalle dinamiche più intime del relazionarsi con se stessi e con gli altri, i giovani del Caleidoscopio passano all'essere esaminatori attenti del "bla, bla, bla" quotidiano
Parole e silenzio. Le due facce della comunicazione, dell’essere in relazione l’uno con l’altro e del guardare in se stessi.
Sono stati questi “i confini” scelti per il terzo appuntamento del Caleidoscopio, l’iniziativa portata avanti per il secondo anno consecutivo dalla Pastorale giovanile cittadina guidata da don Fabrizio Colamartino.
«Il silenzio è lo spazio in cui la parola si carica d’autorità, smette di essere chiacchiera e diventa verità». Una definizione in cui Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose, trova il giusto equilibrio tra “il dire” e “il non dire”. L’ascoltare e l’essere ascoltato, in un’alternanza continua tra pause e suoni.
«Il silenzio è una situazione umana in cui è possibile parlare. Chi non è capace a fare silenzio fa rumore, non comunica», continua Bianchi nel video scelto da Aldo Della Valle per i numerosi giovani del Caleidoscopio.
«Bianchi parla di silenzio buono e di silenzio mortifero – ha commentato Della Valle – e se pensiamo alle nostre relazioni quotidiane ci rendiamo conto di quante parole utilizziamo solo perché non riusciamo a trovare qualcuno così speciale da “poter chiudere la bocca” e con cui “condividere il silenzio in santa pace”».
A ricordarlo è la scena di “Pulp fiction” in cui John Travolta e Uma Thurman (nel film Vincent e Mia) si ritrovano a cena alle prese con “silenzi imbarazzanti”, quelli privi di “qualcosa di interessante da dire”.
E’ un silenzio che può chiamarsi in tanti modi quello su cui la pastorale giovanile ha riflettuto mercoledì sera, alla pizzeria Zinnannà. Quello della cronaca che tace si chiama omertà.
E così, dalle dinamiche più intime del relazionarsi con se stessi e con gli altri, si passa all’essere esaminatori attenti del “bla, bla, bla” quotidiano. Quello che arriva dalla tv, dai giornali e dai social network.
«E’ vero che un giornale con le pagine bianche non lo comprerebbe nessuno, ma è altrettanto vero che la scelta del silenzio è parte integrante del nostro mestiere, così come la scelta di ogni singola parola da usare», ha detto Giuseppe Cantatore, direttore editoriale del LiveNetwork.it e corrispondente per “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Nel suo intervento il giornalista, nonchè terziario francescano, ha cercato di delineare i confini tra “le stoffe” del giornalismo, tra «il bavaglio imposto all’informazione per quelle che possono rivelarsi “notizie che ci mettono in pericolo”» e «il rispetto del lenzuolo bianco» di cui ha parlato Mario Calabrese su “La Stampa”.
«Siamo chiamati ogni giorno a comprendere come possiamo dare un servizio alla città in cui viviamo. La vocazione del giornalismo si può riassumere in questo: nel dovere di mediare tra “i fatti” e il “lettore”. Garantendo chiarezza e verità».
Alle tre “s” utili ad aumentare i clik e le copie vendute, “sesso, soldi e sangue”, Cantatore ne aggiunge una quarta: «Speranza». Quella di un giornalismo che «sappia fornire elementi utili a comprendere la realtà e far crescere la società.
Per discernere tra “la censura” e “la condotta coscienziosa”, la regola è solo una: il rispetto della persona, dalla famiglia che soffre la perdita di un figlio morto di incidente stradale all’indagato su cui ancora nessun giudice si è espresso».
La serata del Caleidoscopio, prima di dare appuntamento all’ultimo mercoledì di aprile, ha lasciato la parola ai ragazzi del “Teatro delle molliche”.
Nella loro lettura corale di un brano riadattato di De Amicis, la storia del piccolo scrivano un po’ riassume una grande verità già sottolineata da Bose: «Noi dobbiamo saper accogliere il silenzio come lo spazio in cui la parola viene purificata, viene pensata, si carica di autorità, cessa di essere semplicemente suono».
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