«L’arte? E’ meno di una pezza da piedi»

Cenzio Di Zanni
Lo zerbino Labianca

E' quanto si legge nel provocatorio testo critico curato dallo scrittore Raffaele Nigro per la mostra "Lo zerbino Labianca". Lo abbiamo incontrato insieme all'autore della mostra, Beppe Labianca, ed al curatore Alex Larrarte

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Una provocazione audace e un’intelligente sperimentazione cross-mediale, fra scultura e pittura, si incontrano in “Lo zerbino Labianca”, mostra personale di Beppe Labianca, allestita nelle sale di CoArt Gallery fino al 26 gennaio prossimo, a cura di Alexander Larrarte.

Otto sculture in  ferro, dipinte sul fronte e grezze sul tergo, fra cui tre autoritratti dell’artista e poi i soggetti più disparati – da un ermafrodito alato che accoglie i visitatori a figure che riecheggiano la civiltà contadina, omaggio al maestro Guerricchio, passando per un’originale rappresentazione dell’erotismo – abitano la galleria d’arte coratina. Agli occhi dell’osservatore le opere, moderne installazioni se volete, appaiono «attori muti su un unico palcoscenico», come sottolineato dal curatore, per il quale «l’artista si ispira anche alla metafisica di De Chirico».

A proposito dell’eco teatrale, alla suggestione della vista si accompagna quella dell’orecchio, grazie alla diffusione di pezzi della Callas nella prima sala. A legare il tutto un duplice, sottile “fil rouge”: da un lato l’eterna e ineluttabile ricerca di un senso nelle cose, a cominciare proprio dall’Arte – e dall’artista – oggi, e dall’altro il tempo che passa inesorabile.

Abbiamo incontrato Beppe Labianca, accompagnato dall’autorevole giornalista Rai e scrittore Raffaele Nigro, e raccolto l’interpretazione autentica dell’autore e la lettura critica del giornalista. Ma non solo. Ne è emersa un’analisi sull’arte e sull’artista nella società contemporanea, sul loro ruolo e su quello dei mezzi di comunicazione di massa, a cominciare proprio dalla condizione della figura dell’artista, isolato e inerme rispetto alla società del suo tempo. 

Condizione rappresentata proprio dall’opera che dà il titolo alla mostra, un autoritratto di Labianca supino sul pavimento, braccia aperte e sguardo rassegnato – «come a dire “calpestatemi”» – e un cielo stellato a riempirne il busto, allegoria dell’infinito racchiuso nell’artista. Un autoritratto che diventa zerbino, ai piedi della scalinata di CoArt, ecco la provocazione.

«Labianca parte da un ermafrodito alato, metafora dell’arte che dovrebbe volare, farti sgranare dalla realtà del realismo. Come Icaro, vola, vola e poi sbatte a terra, diventando uno zerbino, a sua volta metafora della condizione dell’arte oggi», dice Nigro. 

«Oggi non vale il prodotto, ma la sua leggerezza, tale che possa essere venduto facilmente. È un mondo – continua il giornalista – che si trasforma in numeri, una tabella piena di numeri, come un cielo pieno di tantissime stelle, dove ogni stella rappresenta un dollaro o un euro, qualcosa di tangibile e scambiabile con altri prodotti».

Un’analisi impietosa, quasi rassegnata, quella di Nigro, una condanna della mercificazione dell’arte che conosce il prezzo e non più il valore, «calpestata in ragione del fatto che il prodotto artistico vale per quanto la critica e il mondo drogato del mercato riesce a farne lievitare il prezzo».

Nelle opere esposte, secondo Nigro, c’è una ricerca metafisica molto forte. «Le sculture – sottolinea – danno le spalle all’osservatore, guardano un mondo che è al di là dello sguardo, e questo va verso un’indagine sul malessere, tipica di Beppe Labianca». Nella postura dei soggetti, quindi, si legge un invito implicito a seguire il soggetto rappresentato nel suo errare alla ricerca di un senso, «perché se ti guarda vuol dire che vuole dialogare con te, così, il soggetto cerca altrove, cerca un mondo lontano, voltando le spalle a quella che è la finitezza del dialogo».

Non manca l’erotismo nelle opere di Labianca, «di cui non si fa mistero». Il riferimento è alla scultura che ritrae una donna caduta dalla sua bicicletta, perché «all’interno della ricerca metafisica di Labianca c’è la consapevolezza di essere uomini». «E questo essere uomini – aggiunge Nigro – ce lo dobbiamo vivere, in tutte le forme, sia con un realismo contadino superato, sia con quello erotico che è di sempre, sia con forme di ricerca di mondi lontanissimi. E il centro di tutto è lui, Labianca». Considerazione, quest’ultima, che prova «un narcisismo di fondo nel pittore, ma anche un inglobare tutti i guai del mondo e la moltitudine dell’umanità in se stesso. Io sono il mondo».

Inoltre, nelle opere esposte – soprattutto nell’autoritratto-zerbino o in quello sommerso da una video proiezione del mare, nella seconda sala –  si legge un fatalismo di fondo, quasi a significare che l’artista non può più incidere sul suo tempo.

«Questa è la sconfitta della capacità dell’arte di incidere. C’era una volta questa idea, e tutte le avanguardie hanno battuto la stessa strada pesando di operare in maniera politica nella società, ma quando un prodotto d’arte viene messo da parte dai mezzi di comunicazione di massa, l’arte è meno incisiva».

Nella sua lettura Raffaele Nigro, quindi, con una logica induttiva, dall’opera esposta risale verso il ruolo dell’arte, la sua funzione sociale smarrita: non lente attraverso cui interpretare la Storia – ed è la stessa Storia a dare profondità all’Arte –  ma un orpello fonte di intrattenimento. In questo i media hanno una bella fetta di responsabilità, come denuncia il giornalista che si occupa di documentare l’arte per il “TgR” di Rai 3 e “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Una missione? «Il piacere di raccontare l’arte e andare controcorrente». Come il piacere che si prova “smarrendosi” nella personale di Beppe Labianca.

Il testo critico scritto da Raffaele Nigro: «Il pittore è diventato uno zerbino, l’arte è meno di una pezza da piedi e Labianca non lancia nessun grido, si sdraia sul pavimento e fa in modo che gli osservatori non lo cerchino sulle pareti o sul soffitto, ma sotto le scarpe e magari si spaventino all’improvviso per aver calpestato un’idea, un colpo d’ala della mente.

Caro osservatore quello che ti troverai tra i piedi cos’è, un’istallazione? un quadro? una scultura?. Tutto insieme, diciamo una provocazione muta e gettata da qualche parte dalle mani di una domestica, da qualche parte in un mondo dove le cose che contano non vengono più dalla creatività ma dal denaro e dai mezzi di comunicazione di massa.

Fa’ in modo, sembra dire l’attore supino, che l’arte e gli artisti non vengano calpestati o magari rimossi solo per essere consegnati ai contenitori della raccolta differenziata. Che vivano, perché con loro vivrai anche tu».

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