Fronteggiare la Cina? Si può

Marzia Ferrante
Fronteggiare la Cina? Si può

Se n’è parlato venerdì sera presso Villa Sant’Elia nel convegno “La Cina che cambia: una risorsa per l’Occidente”, organizzato dal Rotary Club Corato

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«Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà» diceva quasi profeticamente Napoleone Bonaparte nel 1816.

Oggi che il “dragone cinese” si è svegliato, il mondo, soprattutto quello occidentale, sembra esserne profondamente scosso. Ma questa Cina è davvero una minaccia per l’Occidente o può anche rivelarsi una risorsa?

Se n’è parlato venerdì sera presso Villa Sant’Elia nel convegno “La Cina che cambia: una risorsa per l’Occidente”,  organizzato dal Rotary Club Corato, in collaborazione con il Rotary Club Canosa, con l’Associazione Imprenditori Coratini e con il patrocinio del Comune di Corato.

Principale relatore dell’incontro è stato il Dott. Rosario Centola, Direttore dell’“Ufficio di Cooperazione Italiana allo sviluppo in Cina e Mongolia” presso l’Ambasciata Italiana in Cina, affiancato dal Prof. Maurizio Quinto, Presidente del Rotary Club Corato, dal Dott. Giampaolo Matarrese, Presidente del Rotary Club Canosa e dal Rag. Francesco Squeo, Presidente dell’ A.I.C.

Il Dott. Centola ha tratteggiato un breve ma puntuale quadro storico-economico della Cina, partendo dall’idea che «la Cina non è una minaccia, ma una realtà che ci sta impoverendo».

Una realtà che è cresciuta anche grazie all’Occidente, che vi ha contribuito sia in maniera attiva, attraverso una serie di investimenti economici quando la Cina si è aperta al capitale straniero, nel periodo delle grandi Riforme di Deng Xiaoping, sia assistendo passivamente al suo ingresso nel WTO nel 2011: «in quel periodo, dopo la catastrofe dell’ 11 settembre,  le risorse e l’attenzione del mondo occidentale erano rivolti tutti contro il terrorismo».

La Cina è quindi progressivamente diventata una potenza economica, grazie soprattutto agli investimenti esteri e grazie alle esportazioni dei suoi prodotti, che oggi invadono i nostri mercati distruggendo soprattutto le piccole-medio imprese, di cui è costellata proprio la compagine economica italiana.

«A farne le spese – ha sottolineato il Dott. Centola – sono soprattutto quelle a basso valore aggiunto e che non hanno forza e capacità di concorrere con i prodotti “made in China”. I prodotti cinesi sono fortemente competitivi sul mercato internazionale per i bassi costi, possibili grazie soprattutto all’assenza di costi sociali per le imprese (nessuna pensione, nessuna assicurazione sanitaria, ecc.). Per questo pensare di poter competere sui costi è una totale follia».

Invece una prima strada per fare della Cina una risorsa, per l’Italia potrebbe essere quella di esportarvi i prodotti “made in Italy”, puntando sulla qualità, come quella che contraddistingue i nostri prodotti agroalimentari: «La Cina ha aumentato negli ultimi anni l’importazione dei prodotti agroalimentari italiani, come pasta e vino, anche se in percentuale ancora troppo bassa sul totale delle importazioni dall’Italia e ancora inferiore rispetto all’importazione che l’Italia fa di prodotti agroalimentari cinesi: nel 2011 la percentuale di prodotti agroalimentari esportati dall’Italia in Cina sul totale delle esportazioni, è stato dello 0,8% contro un’importazione agroalimentare dalla Cina pari all’1,5 %».

In realtà, fondare i rapporti con la Cina solo sull’esportazione di beni di consumo sarebbe un errore, perché la Cina e un Paese che non consuma, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare data la numerosa popolazione (circa un miliardo e mezzo di persone): «Essendoci un’enorme forbice tra il reddito medio dei ricchi e quello dei poveri, e mancando di fatto un ceto medio, la percentuale dei consumi è davvero trascurabile e rivolta principalmente verso i beni di lusso».

Fare della Cina una risorsa, allora, significa soprattutto aumentare gli investimenti direttamente lì, settore in cui l’Italia è fortemente indietro, anche perché non è una strada facile: «C’è innanzitutto un ostacolo linguistico (il cinese è una lingua complicata e i cinesi non parlano o parlano malissimo l’inglese), c’è un’enorme diversità culturale, c’è un rigido iter da seguire, e poi le aziende italiane non hanno, di solito, la forza e le dimensione giusta per investire in territorio cinese: dovrebbero fare sistema o consorzio, per cercare di approcciare il mercato cinese con più competenza e più forza. Ma ci vorrebbe, per questo, anche un sostegno istituzionale e una politica nazionale più illuminata».

In tal senso l’”Ufficio di Cooperazione Italiana allo sviluppo in Cina e Mongolia”, di cui lo stesso Centola è direttore, offre consulenza e finanziamenti per le aziende italiane che siano interessate a investire nel mercato cinese, soprattutto in alcuni settori: quelli verso cui si rivolgono principalmente le iniziative di intervento portate avanti dell’Ufficio, cioè salute, patrimonio culturale, ambiente, educazione e formazione. «Quando pubblichiamo i bandi relativi ai progetti da noi finanziati in tali settori, le risposta italiana è davvero scarsa e quella del Sud Italia è praticamente assente: il panorama è davvero desolante!».

Il drago cinese non deve quindi far paura, se lo si riesce a fronteggiare in maniera intelligente, oculata e lungimirante dal punto di vista economico, non temendo (come è tipico di molti imprenditori italiani) l’internazionalizzazione, perché le opportunità ci sono.

D’altro canto, secondo il pensiero del Dott. Maurizio Centola, questo dragone ha i suoi punti deboli e nel lungo termine il Paese potrebbe anche collassare: «La Cina è fortemente vulnerabile. Vivendo quasi esclusivamente di investimenti stranieri, qualora questi venissero meno, la sua crescita sarebbe compromessa. Inoltre esistono oggettivi problemi sociali che creano un malcontento diffusissimo nella popolazione: povertà, assenza di sanità e istruzione pubblica, depauperamento di protezioni sociali, fortissimo inquinamento, ecc. Tutto ciò fa della Cina una pentola a pressione che potrebbe esplodere da un momento all’altro».

La conferenza si è conclusa con la proiezione di una suggestiva serie di foto scattate personalmente da Centola in Tibet,  dove l’Italia è l’unico Paese ad operare, e che «rappresenta una gigantesca eccezione nel panorama cinese: il Tibet non ha e non vuole imprese e preserva le proprie origini e la propria identità culturale».

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Commenti

  • fiorenzo spina (utente non verificato)

    se i cinesi vogliono portare in Italia le loro radioline e tutta la paccottiglia inclusa, perchè gli Italiani non portano in Cina la democrazia visto che loro non sanno neanche che animale sia? Solo cosi si puo parlare di libera concorrenza.gia dimenticavo ci stiamo dimenticando anche noi cosa significhi

  • antom 1076 (utente non verificato)

    ci sono due cose che in questo discorso fatto dal dott. Centola non quadrano, la prima è che non si capisce come debbano fare le imprese italiane ad investire all’estero visto che le banche non fanno il loro dovere cioè quello di finanziare i progetti validi e le imprese serie,la seconda è che non capisco come si fa a parlare di imprese italiane poco competitive se le imprese italiane devono competere con imprese cinesi che non garantiscono la sicurezza sui luoghi di lavoro e trattano gli operai come noi italiani non trattiamo nemmeno le bestie, è bello parlare quando non si conoscono o si vuol far finta di non conoscere le vere problematiche.