«Un grazie a tutti gli angeli di passaggio sulla sp.231»
I due docenti bitontini rimasti illesi nell’incidente di dieci giorni fa ringraziano i loro soccorritori
I due docenti bitontini rimasti illesi nell’incidente di dieci giorni fa lungo il tratto coratino della ex statale 98, ringraziano i loro soccorritori.
«Sarà stato lo schianto, davvero tremendo, sarà stato il fatto che nel capitombolo avevo perduto gli occhiali, certo è che, sbucando miracolosamente illeso dall’abitacolo, tutto per me è luce», esordisce Mario Sicolo, uno dei due docenti coinvolti nel sinistro.
«L’auto pare conficcata nell’asfalto della strada provinciale 231, all’altezza del ponte per Castel del Monte. La carena irrimediabilmente accartocciata in più punti. È l’effetto del ribaltamento.
Un pezzo di pneumatico gigantesco – dalla forma di sinistra luna nera posata lì, in mezzo alla carreggiata – ha fatto sì che la Fiesta s’imbizzarrisse. Quindi, il botto.
Io e la collega ci liberiamo delle cinture di sicurezza salvifiche – a proposito, giovani e meno giovani, mettetevele sempre, anche se dovete andare all’angolo a comprare le sigarette, sapete la differenza che corre tra il farlo un’altra volta e il non farlo più? – ci tiriamo fuori a fatica dal veicolo, ci chiamiamo gridando, non tanto per sentirci, vicini pochi metri essendo, quanto piuttosto per essere sicuri che ci siamo.
Vetri infranti, lamiere piegate, airbag scattati e ora penzolanti.
Quante volte ristavo dinanzi ai quadretti, che ritraevano un’immagine così dipinta con mano naif, per i corridoi che conducevano alla sagrestia della Basilica dei Santi Medici?
Io, che già sto messo male, provo a dare una mano alla compagna del viaggio così bruscamente interrotto e ripenso ai versi di Giuseppe Ungaretti: “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”.
Qualcuno, forse immeritatamente, mi ha omaggiato di un miracolo. Nessun’altra auto ci becca come birilli e sono due, i miracoli. In un battibaleno, una squadra perfetta di angeli vola in nostro soccorso.
Una ragazza, cascata di ricci corvini ed un maglione blu come un cielo profondo, coordina i lavori. I suoi tre collaboratori hanno una tuta da operai e sono efficientissimi.
Chiediamo disperati di recuperare le borse della prof ferita. Un attimo ed ecco le borse.
Il mio cellulare dov’è? Un battito di ciglia ed un cherubino me lo porge prontamente, mentre un altro ci bagna amorevolmente la fronte con un po’ d’acqua. Bisogna trovare i miei occhiali. Un secondo ed ecco le lenti, anch’esse indenni.
Le inforco e nulla cambia in quel che finalmente vedo nitidamente: sono quattro angeli in azione.
Uno piazza pure il triangolo che avvisa che a cinquanta metri ci sono due sventurati – uno ancora di più, perché precario del mondo della scuola – che se la sono vista brutta, molto più della Merkel.
A sirene spiegate giunge l’ambulanza del 118 del SerCorato, il medico e gli altri operatori hanno voci rassicuranti. Di lì a poco, arrivano pure i Carabinieri, che ci chiedono il classico “patente e libretto”, ma con sommo garbo. Io aggiungo la mia carta d’identità, sperando che non la aprano di scatto, rischierebbero anche loro, e non mi sembra il caso.
Si saetta verso il pronto soccorso dell’Ospedale “Bonomo” – ma davvero quanti ne abbiamo incontrati di “buoni uomini” in questa disavventura! – di Andria, città nella quale lavoriamo quotidianamente, tra l’altro. Analisi, accertamenti, tac.
S’accavallano codici rossi, verdi e gialli, quasi una bandiera tricolore delle gradazioni del dolore. Parenti accorati, uomini e donne sofferenti; ci si guarda tutti negli occhi con un sentimento misto tra smarrimento e gioia d’esserci ancora.
Medici, infermieri e ausiliari si sforzano di non far mancare a nessuno il loro sostegno. Due vigili della polizia municipale coratina sbucano tra le corsie e ci fanno alcune domande, con garbata discrezione.
Il primario con uno sbuffo di penna nera sopra una sorta di ricettario firma il via libera. La giornata è finita. Il corpo è malconcio, ma integro.
Quante volte percorro quel vialone alberato di fronte al nosocomio andriese. Presto, potrò tornare a percorrerlo. E con me la collega, che da uno sterzo si terrà lontana per un po’.
Ora, questo articolo sia il nostro infinito ringraziamento a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, sono entrati in questa storia: è grazie a loro se per noi “domani” non è solo un avverbio di tempo, ma il farsi d’un futuro concreto.
E un grazie sincero a tutti gli alunni, i colleghi, il personale e il dirigente del “nostro” Istituto, che con grande affetto ci hanno fatto sentire il loro sostegno spirituale”?
Grazie e ancora grazie».
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