De Lillo: «il consigliere Patruno e la difesa del transfughismo»
Gli strascichi dell’ultimo animato Consiglio comunale non cessano neppure a dieci giorni di distanza.
Ad inserirsi nel dibattito politico è stavolta Giacomo De Lillo, ex consigliere comunale ed attuale presidente dell’assemblea del Psi coratino.
De Lillo dice la sua sull’intervento del consigliere Pdl Luigi Patruno che ha aperto l’ultima seduta della massima assise cittadina.
«Suscita non poche perplessità – esordisce De Lillo – l’intervento di Luigi Patruno pronunciato in apertura della seduta di Consiglio comunale dell’11 Aprile.
Non certo per la denuncia che egli rivolge al Presidente del Consiglio comunale responsabile di una prolungata, inaccettabile “vacanza” della massima Assise cittadina, anche se, ad onor del vero, solo che un esiguo numero di Consiglieri comunali lo avesse voluto o lo voglia, un temperamento alla rarefazione delle sedute ci sarebbe potuta essere e ci potrebbe essere.
Ma, ciò che desta non poca meraviglia è la difesa del transfughismo da parte del Consigliere Patruno.
Che undici Consiglieri comunali migrino da un Partito all’altro nell’arco di un triennio è possibile e, in teoria, legittimo (anche nell’ipotesi che i Partiti avessero conseguito, come precisa in modo improprio Patruno, riconoscimento giuridico). I Partiti infatti hanno dignità costituzionale e la nostra Carta non subordina la libertà da vincolo di mandato alla disciplina normativa dei Partiti. Infatti, anche nel caso di Consigliere eletto in una lista civica, il principio è sempre operante, così come è operante in quasi tutti i moderni Stati liberaldemocratici, ad eccezione del Portogallo dove l’iscrizione ad un Partito diverso da parte di un eletto comporta la sua decadenza.
Non sto qui a dire come nasce e come si evolve il principio del divieto di mandato operativo: dalla rivoluzione francese (Robespierre: “la sovranità non può essere rappresentata” e, in ogni caso; “i delegati dal popolo sono corruttibili”), a Lenin ( la sovranità popolare non può essere rappresentata), a Kelsen (il mandato comporta in sé l’idea di vincolo e di imperatività), fino ai giorni della nostra Costituzione.
Mi sarà sufficiente considerare che se da un lato il divieto di mandato imperativo vale a garantire l’indipendenza dell’eletto dagli interessi particolari, dall’altro non si può escludere una responsabilità dell’eletto nei confronti dei propri elettori e del Partito che lo ha candidato. Se così non fosse, sarebbe il caso di continuare a ritenere quantomeno sospetta la scelta dei vari Scilipoti, Calearo, Romano, Razzi, ecc.? Avremmo diritto di pensare che la loro conversione non sia stata ispirata dalla necessità di tutelare gli interessi generali?
E allora, se non dev’esserci sanzione giuridica o politica per chi interpreta liberamente, per non dire in modo disinvolto, il mandato elettorale, non può non esserci una sanzione legata ai parametri dell’etica individuale o della morale collettiva. Ma v’è di più: trasmigrare, come nel caso di un Consigliere unico eletto, dal PSI al PD, significa assecondare la propensione bipolare, peggio bipartitica, delle maggiori forze politiche; alimentare la vocazione ai regimi identitari e contrarre la pluralità che rappresenta l’essenza delle democrazie costituzionali.
Ora, quale pathos civile, quale passione, quale ethos politico, quale difesa degli interessi generali della città hanno mosso ben undici Consiglieri comunali a cambiare casacca?
Non si può semplicemente prendere atto dell’applicazione di un principio costituzionale (art. 67) esteso ai Consiglieri comunali, senza correre il rischio di avallare scelte e politiche dettate da opportunismo o da autoreferenzialità. Nel dibattito che anticipò la stesura di quell’articolo, si osservò che la libertà del parlamentare dovesse porsi in rapporto dialettico e non conflittuale sia con la sovranità del popolo che con il ruolo costituzionale che veniva assegnato ai Partiti. Tra l’altro, si badi bene, il caso che ipotizza il legislatore costituzionale non è quello del transfughismo, ma semplicemente quello dell’eventuale disallineamento delle scelte dell’eletto dalle indicazioni di Partito.
La scelta di un diverso Partito, nel corso del mandato, può anche essere accettato quando ricorrano gravissimi motivi, come la modifica, l’involuzione della natura stessa del Partito, ma la libertà dell’eletto non può impunemente trasformarsi in libero arbitrio, senza incontrare alcun ostacolo o limite. D’altra parte, per porre un argine a troppo frequenti fenomeni di malcostume, non sono mancate (anche se subito respinte), agli inizi degli anni 2000, proposte di modifica dell’art. 67 che prevedevano l’introduzione del vincolo di mandato e il divieto per il parlamentare di cambiare gruppo, pena la decadenza.
Ero giovanissimo quando la notizia di un Consigliere comunale di…Canicattì trasmigrato da un Partito all’altro diventava notizia di interesse nazionale. Ora Luigi Patruno ritiene del tutto legittimo e accettabile che undici Consiglieri comunali di un solo Comune, nell’arco di una consigliatura non ancora conclusa, abbiano cambiato Partito.
Evidentemente gli sfugge che anche questo è il segnale di un trasformismo opportunista che obbedisce alle lusinghe, agli allettamenti di quelli che egli definisce “padrini e padroni” e non invece di una responsabilità politica e personale che dovrebbe investire un eletto.
Peraltro, la sua scelta di restare nel PDL, malgrado le denunciate vessazioni ed emarginazioni, è la dimostrazione del contrario che egli tenta di sostenere. E tuttavia, la sua sofferta esperienza di Consigliere comunale deciso ad esprimere e a far valere le proprie idee anche se divergenti da quelle della maggioranza, merita apprezzamento e solidarietà».
Commenti
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Caro Patruno nn si sputa nel piatto dove si mangia…Forse si vuole cosi fare una brutta imitazione di Fini!!! mha!!!
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il moralizzatore parla di piatto in cui si mangia. Ma Patruno è contro chi mangia attraverso la politica! E il moralizzatore, per cortesia, usi un diverso nome utente. Un consiglio: si firmi “opportunista2011”, ovvero “impenitente”.







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