Padre Emilio D’Angelo, «l’intellettuale della fede e il “pretaccio scomodo”»

La Redazione

Nel decimo anniversario della scomparsa di Padre Emilio D’Angelo, il ricordo del prof. Gaetano Bucci

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Dieci anni fa, il 26 febbraio 2001 si chiuse il viaggio terreno di Padre Emilio D’Angelo. Corato fu la sua città dal 1978. Per uno scherzo del destino morì nei giorni di Carnevale, nei giorni in cui più che lo spirito si “santifica” la carne.

Al suo funerale, col feretro al centro della Chiesa Matrice, c’era poca gente. Erano i pochi che più l’avevano amato davvero nella sua titanica, e un po’ donchisciottesca, impresa di “cristianesimo dell’impegno”. Soprattutto mancavano i potenti e i notabili; proprio quelli che in vita l’avevano osteggiato e ostracizzato e dopo morto maggiormente l’avrebbero magnificato e celebrato.

Padre D’Angelo era nato a Rocca di Cambio in provincia di L’Aquila il 23 giugno 1915. Era un abruzzese “sputato”, ossuto e cocciuto. Aveva una personalità forte. Il suo carattere si era temprato nelle disgrazie di famiglia e nelle difficoltà dei tempi.

Aveva però il senso innato dell’altruismo e un inesauribile bisogno di trascendenza. Le due cose lo portarono presto a seguire le vie della fede. Fu Missionario del Sacro Cuore, l’ordine religioso fondato nel 1854 da Padre Jules Chevalier (1824-1907), che aveva come principio la “evangelizzazione degli ultimi” e l’apostolato sociale.

Padre D’Angelo a Corato
Quando Padre D’Angelo arrivò a Corato egli aveva già svolto la sua missione sacerdotale in Veneto fino agli inizi degli anni Quaranta, a Pontecagnano in Campania nei difficili anni della guerra e fino al 1949, quindi per molti anni a Minturno in provincia di Latina e Roma presso la sede centrale dell’Ordine del Sacro Cuore.

Padre D’Angelo fu il fondatore e il direttore per oltre vent’anni del mensile «Lo Stradone». Come tale fu conosciuto a Corato e ovunque in Italia e all’estero. Con lui il giornale arrivò a stampare quasi quattromila copie, un record di vendite e soprattutto un “primato di ascolto” del cuore dei lettori e della gente.

Si può ben dire che «Lo Stradone» fu “il giornale di Corato”, così come lo definì e lo volle padre Emilio D’Angelo. «Lo Stradone», almeno finché lui lo diresse e lo controllò, non fu solo il mensile che per due decenni parlò di Corato, ma fu anche lo spazio su cui gran parte della città si espresse. Quella de «Lo Stradone» di padre D’Angelo fu una rara esperienza di “giornale collettivo”, di “specchio comunitario”, di “riflessione popolare”. Esperienza unica nella storia di Corato. Si dice, a ragione, che fu un “giornale di opinioni”. E difatti il dibattito non mancò, come pure non mancarono le polemiche e il “diversivo” di qualche querela.

Fu quella una esperienza di comunicazione sociale che dalla sua scomparsa non s’è più ripetuta e che per la prima volta dette ai coratini la possibilità di leggere sulla carta stampata i fatti e i misfatti della vita cittadina, con i relativi nomi e cognomi di attori protagonisti e semplici comparse. E, se si pensa che nei vent’anni di Padre D’Angelo Corato ha subito il maggiore cambiamento urbanistico ed economico della sua storia, la cosa non è certo di poco conto. Gli scempi subiti dalla città forse sarebbero stati molto più disastrosi senza la penna e la presenza del “pretaccio scomodo”.

A rigore sulle pagine de «Lo Stradone» egli non si espresse quasi mai come giornalista-cronachista, ma come editorialista e come commentatore dei fatti locali, oltre che dei grandi avvenimenti nazionali e mondiali che l’attualità di volta in volta portava alla ribalta. E poi, a leggere attentamente i suoi pezzi, anche dopo anni dalla scomparsa, non si fa fatica a cogliere una vasta e profonda cultura non solo teologica, ma filosofica, storica, politica, letteraria e finanche scientifica.

Quando Padre D’Angelo arrivò a Corato egli era già molto noto negli ambienti ecclesiastici nazionali, non tanto per la sua attività pastorale che aveva per lungo tempo svolto in molte parti d’Italia ma essenzialmente come scrittore di libri religiosi, editorialista dell’Osservatore Romano e di altre riviste teologiche. Egli aveva già al suo attivo la pubblicazione di diverse decine di libri e opuscoli. I suoi scritti erano usciti sia per conto di case editrici minori che per le Edizioni Paoline, la più grande e seguita casa editrice cattolica italiana.

Padre D’Angelo, l’intellettuale della fede
Gli scritti di padre D’Angelo, usciti quasi tutti tra il 1965 e il 1984, sono in gran parte libri e testi religiosi. Di particolare interesse sono i diversi volumi dedicati alla “liturgia della parola”. Era nella scrittura delle cosiddette “omelie” che padre D’Angelo dava il meglio di sé nel tentativo di esplicitare, in termini rigorosi ma anche accessibili a tutti, l’essenza stessa del messaggio cristiano ed evangelico.

La sua missione pastorale fu anzi tutta incentrata sulla “filosofia del Vangelo”. Le sue omelie e le indicazioni metodologiche erano esemplari e in qualche modo “facevano scuola”. Le indicazioni alla attualità non mancavano mai, ed erano, si può dire, naturalmente e logicamente conseguenti ai fatti e alla dottrina del Nuovo Testamento. In esso padre D’Angelo trovava sempre forti strumenti di “critica sociale”, oltre, ovviamente, che insegnamenti morali e raligiosi.

Non mancano però nella sua vasta produzione letteraria i libri storici. Essi riguardano soprattutto i missionari pionieri dell’Ordine dei Padri del Sacro Cuore che operarono in Nuova Guinea e, particolarmente, nell’isola vicina di New Britain. Sono narrazioni romanzate dei fondatori di quella Congregazione e nello stesso tempo sono libri di interpretazione in chiave moderna della missione di evangelizzazione e di diffusione della dottrina cristiana. In qualche modo sono il “racconto epico” dell’ordine di cui si vantava di appartenere e che era stato certo una punta di diamante del cristianesimo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Poi ci sono gli scritti di “pastorale sociale”, le scritture poetiche e gli interventi d’occasione. Questi scritti, sparsi in tutt’Italia, sono di difficile reperibilità ed alcuni forse sono ormai introvabili. Di fatto però anche questo suo ambito di scrittura è oltremodo interessante e, in qualche modo, spregiudicato in quanto il nostro si concedeva il lusso di criticare, talvolta con taglientissima ironia, ogni ambito della vita collettiva, ivi compresi la Chiesa e il clero. Egli, mettendo sempre un po’ alla gogna i “profittatori dell’uomo” offriva un’immagine di freschezza del messaggio religioso. La gente così lo capiva e lo apprezzava, nonostante il suo carattere spigoloso e, talvolta, urticante.

Punto centrale della riflessione teologica di padre Emilio D’Angelo fu il Nuovo Testamento. Il Vangelo è considerato come la “naturale” evoluzione del testo biblico. E’ la “buona novella” incentrata sulla missione redentrice di Gesù Cristo. Dio si fa uomo. In qualche modo il rapporto si rovescia, l’uomo, in quanto uomo, accoglie Dio. Gesù è figlio di Dio, ma è anche figlio dell’uomo.

Questo è un punto fondamentale nella visione di Padre D’Angelo. L’immanente incontra il trascendente. Dio non è solo una prospettiva collocata “post mortem”. Dio è nella temporalità terrena. E’ qui che avviene l’incontro. E’ qui che ci si gioca tutto. Potremmo dire che da questo punto di vista padre D’Angelo è pascaliano, nel senso che non c’è solo la dimensione teologica o filosofica nella considerazione di Dio, ma anche quella esistenziale.

Ne va di mezzo il senso, il significato e il valore stesso della vita. A Dio si può credere oppure si può rimanere nel dubbio, lacerati continuamente nel dilemma, ma non si può assolutamente negarlo. Negare Dio è come negare la vita. Questa, infatti, nel suo significato più nobile e profondo è “meravigliosa e misteriosa”, e quindi sempre irriducibile ad ogni scienza positiva o semplicemente alla “casualità”.

Tutta la liturgia della parola, secondo padre D’Angelo, focalizza, simboleggia, rappresenta e rinnova il tema dell’incontro di Dio con l’uomo, attraverso Gesù. Un incontro che è, in qualche modo, reso più vivo e visibile attraverso i molti e varii momenti dell’anno liturgico. Ci sono negli scritti di “liturgia della parola” alcuni passaggi di grande interesse, anche per il tentativo di padre D’Angelo di “attualizzare” il più possibile il testo evangelico alle esigenze e ai bisogni spirituali dell’uomo contemporaneo. Ciò è oltremodo importante se si pensa che tali scritti furono proposti nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale ed in presenza di una accesa contesa politico-militare tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, tra capitalismo e socialismo e tra una visione cristiano-liberale e una completamente atea e materialistica della vita.

Tra tutti i momenti del ricco anno liturgico della tradizione cattolica la maggiore considerazione padre Emilio D’Angelo la riserva alla passione, morte e resurrezione di Gesù. La dimensione escatologica e il tema della salvezza sono trattati con particolare attenzione, anche perché il nostro destino dopo la morte è strettamente legato a ciò che siamo e facciamo nel corso della vita.

E’ la vita che dà senso alla morte. E’ la vita il campo in cui si misura il nostro rapporto con Dio; un rapporto libero e allo stesso tempo imprescindibile dalla sua presenza. Così scrive padre D’Angelo in un’omelia: «Dio non è il protettore dell’ingiustizia; i profeti in proposito non lasciano dubbi. Dio non interviene tuttavia a mettere ordine nelle cose di questo mondo: dobbiamo pensarci noi» (Vangeli per oggi, 1979, p. 197).

La prima opera di liturgia della parola del Nostro, Nella cava del Vangelo (1969), rimane esemplare per la pregnanza ermeneutica e per la chiarezza espositiva. Il volume raccoglie i commenti al Nuovo Testamento e ad altri testi sacri usciti nel corso dell’anno liturgico 1968-’69 sulle colonne dell’Osservatore Romano.

I commenti, scritti con “puntualità e vivezza”, oltre che con “chiara dottrina”, erano destinati in primis a tutti i parroci italiani e stranieri, ma erano facilmente fruibili da qualsiasi lettore del giornale e rispondevano alle nuove necessità comunicative della Chiesa.

Nel 1969, visto il positivo riscontro ricevuto, fu deciso di raccogliere e pubblicare in volume tutti i pezzi. L’opera ebbe come titolo, Nella cava del Vangelo. In essa il testo sacro, fonte primaria del cattolicesimo, diventa per l’appunto una “cava”, una miniera di conoscenza religiosa, ed anche di riferimenti etici e comportamentali, di spunti ideali, e finanche di suggerimenti politici.

Non classiche e ripetitive omelie, e neanche esegesi minuziose e noiose del testo sacro, ma tentativo, proprio in un periodo di contestazione e grandi cambiamenti, di far incontrare “sulla parola di Dio” gli uomini contemporanei, con tutti i loro problemi, ansie e attese.

I singoli passaggi dell’anno liturgico, che corrispondono anche alle tappe fondamentali della venuta, rivelazione, morte e resurrezione di Gesù, vengono presentati, specie nel loro valore simbolico, con una modalità di “scrittura giornalistica” fresca, rapida, accattivante e allo stesso tempo precisa, rigorosa, realistica.

Il Vangelo è “spiegato”, ovvero analizzato anche nelle pieghe più riposte. Nel fare ciò Padre D’Angelo rimane sempre attaccato ai fatti storici e all’attualità, talvolta confrontando il messaggio cristiano con quello di altre religioni universali o con alcuni importanti esiti della filosofia occidentale.

Altra capacità di padre D’Angelo espressa in quella, come in altre opere, è quella di ordinare l’esposizione non solo secondo la cronologia liturgica, ma anche secondo precisi riferimenti tematici di attualità: il bisogno di Dio, il mistero della morte, la giustizia terrena, la libertà dei popoli, il senso della famiglia, e così via.

Potremmo andare oltre ed analizzare in dettaglio alcuni passi di quell’opera e di altri libri di padre Emilio D’Angelo, troviamo sempre lo stesso punto fermo: un modo nuovo, più libero e forse anche più “spregiudicato” di fare opera di evangelizzazione. Un modo più umano per parlare di Dio attraverso l’umanità del Cristo.

«Lo Stradone»: un dono per Corato
Ometto di riferire in dettaglio circa le sue numerose opere, ma non mi esimo dal riportare qualche nota sugli articoli che padre D’Angelo scrisse per lo «Lo Stradone» nei ventidue anni in cui lo diresse, e cioè dal 1979 fino al 2001. A Corato padre Emilio D’Angelo, come detto, fu conosciuto come giornalista e direttore de «Lo Stradone». Ma questa fu solo la nuova dimensione in cui si compì, da intellettuale, la sua missione di fede. Ne «Lo Stradone» egli investì gran parte delle sue capacità intellettuali e ragioni esistenziali, dopo la già consolidata esperienza di scrittore.

La gran parte dei suoi interventi sono raccolti nelle rubriche “Voi dite, dite… io scrivo, scrivo” e “Scusate, disturbo?…”, oltre che negli editoriali e nelle “lettere aperte” ai potenti. Delle due rubriche la prima era dedicata essenzialmente al commento dei fatti di cronaca, di politica e cultura varia riferiti a Corato, la seconda ai temi a sfondo prettamente religioso.

Entrambe le rubriche rappresentano in qualche modo una continuazione dell’impegno intellettuale, scrittura e missione religiosa di padre D’Angelo. Ci sono comunque alcuni elementi che caratterizzavano questi suoi scritti giornalistici. Il primo è quello dell’estrema libertà con cui egli trattava qualsiasi tema, il secondo è dato dallo stile che era non solo semplice ed accattivante, ma caratterizzato da un uso originalissimo e personalissimo dell’“argomentazione attraverso le domande retoriche”.

Padre D’Angelo per tutta la vita, sia come persona che come “intellettuale della fede”, cercò di essere parco, essenziale, semplice… come per l’appunto è la verità. Da questa sua libertà di pensare la verità di fede bisogna partire per capire tutto ciò che egli fece a Corato e per la sua “creatura”, «Lo Stradone». «Lo Stradone» fu insomma un dono alla città di Corato.

E, pur con tutti i suoi difetti, Padre fu un esempio di libertà intellettuale e di vivissima coscienza civile. La sua non fu affatto solo una fede interiore, ma “impegno nella fede”. Un impegno che evidentemente esigeva coerenza e coraggio. E furono queste le doti che lo portarono ad un giornalismo di denuncia, oltre che di opinione. Chi vorrà in futuro studiare la storia – più viziosa che virtuosa – di Corato degli ultimi vent’anni del Novecento legga quello che scrisse Padre D’Angelo e… possibilmente da lui prenda esempio. Se non dalle idee, almeno dal metodo e dallo stile.

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Commenti

  • Riccardo bartolucci (utente non verificato)

    Grazie, molto tardivo ma sempre vivo , da chi l'ha conosciuto a Narni da ragazzo e a Roma.da adulto.