“Leonardo di Acerenza”, i dubbi di Nicola Tullo
Alla fine di ottobre Corato ha ospitato nel Museo della città e del territorio, un autoritratto rinvenuto nel novembre 2008 ad Acerenza ed attribuito al genio di Leonardo da Vinci.
Oggi, a poco più di un mese dall’evento, sull’opera giungono in redazione le riflessioni del noto artista coratino Nicola Tullo che esprime alcuni dubbi sulla paternità dell’opera.
«All’evento ha partecipato un’èquipe di esperti che ha tentato di sciogliere l’enigma: il quadro è stato dipinto da Leonardo? Da alcuni indizi illustrati dagli oratori ufficiali parrebbe di sì, ma gli indizi non sono prove e, dunque, occorre vederci chiaro», scrive Tullo.
«Attente analisi di carattere scientifico, hanno rilevato che i tratti somatici del ritratto in questione sono sicuramente compatibili con altri autoritratti e ritratti di artisti contemporanei a Leonardo, cosi come è stato dimostrato che il quadro discusso è stato dipinto con tecniche identiche a quelle del genio rinascimentale (telaio di legno pioppo, trama e preparazione della tela).
Numerose indagini stilistiche e grafologiche hanno concluso che sia la scritta “pinxit mea” presente sul retro della tavola, sia il metodo di pittura, possono essere attribuite alla mano di Leonardo, perché compatibili sia con le scritture autografe che con la tecnica da lui abitualmente usata. In altre parole si è discusso un po’ di tutto per dimostrare l’indimostrabile dato che si è in possesso di soli indizi e, quelle che vengono definite prove, potrebbero essere semplici coincidenze.
In ogni caso, prima di chiarire le ragioni per le quali confuto la tesi dell’attribuzione del dipinto a Leonardo, è mio dovere dare atto agli organizzatori e ai mezzi di comunicazione di efficienza e di dimostrazione di amore per Corato.
Ancor prima dell’evento coratino, però, dell’opera di attribuzione leonardesca, aveva già parlato sia la stampa che la tv nazionale con Piero Angela senza però che si addivenisse ad una conclusione lasciando aperto l’enigma sulla paternità del ritratto.
Ciò che mi ha colpito dell’intero dibattito, sia a livello locale che nazionale, è che nessuno ha analizzato l’opera dal punto di vista della “poetica” leonardesca. Perché? L’interrogativo costituisce la ragione essenziale del mio scritto. Faccio un passo indietro. Un annetto fa, un operatore economico barlettano acquistò da una notissima casa d’aste londinese un dipinto di De Nittis “donna napoletana”.
Se ne parlò ampiamente e fu esposto al museo omonimo ove sarebbe rimasto per sempre. La gioia dei barlettani fu immensa, un dipinto dell’amato De Nittis sarebbe tornato a casa. L’entusiasmo durò fino a che una profonda conoscitrice dell’arte dell’insigne maestro barlettano, sentenziò l’amaro verdetto: il dipinto era uno smaccato falso. Da quel momento dello stesso quadro non si è saputo più nulla, scomparso dal circuito internazionale degli eventi artistici. Il giudizio della studiosa denittisiana verteva sulla lettura critica del manufatto proprio ciò che non è stato fatto, detto e scritto sul presunto autoritratto leonardesco di Acerenza.
Provo a farlo io e non solo come modesto contributo critico, ma soprattutto come dovere etico dal momento che da una vita impasto colori e resine. A mio parere, al di là degli esami scientifici e tecnici, l’unico modo per poter attribuire la paternità di un manufatto d’arte è l’analisi critica della poetica di un artista. E, dunque, mi chiedo perché ciò non è stato fatto per il ritratto di Acerenza. Come mai non si è analizzata criticamente la poetica pittorica leonardesca? Quale fu l’invenzione pittorica del sommo genio fiorentino il quale sacrificò l’immenso sapere scientifico, la profonda conoscenza del corpo umano, della matematica, dell’urbanistica per essa?
Per quali motivi Leonardo da Vinci sacrificava la razionalità per inseguire valori metafisici? Ad aiutarmi non solo ad amarlo poeticamente, ma a capirlo, è lo stesso sommo pittore con un suo scritto: “pon mente per le strade sul fare della sera ai visi di uomini e donne, quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in essi. La bellezza più dolce viene dalla sera, poiché il troppo lume fa crudo, il troppo scuro non lascia vedere, il mezzano è buono”.
Dunque Leonardo persegue un ideale di bellezza e di grazia identificabili con la sera i cui contrasti fra chiari e scuri, luci ed ombre si allentano e si attutiscono in una dimensione pittorica tonale sognata. Se il “sogno è attività psichica che ha luogo durante il sonno, caratterizzata da emozioni percezioni e pensieri che si strutturano in una successione di immagini generalmente non regolata dalla logica”, ne consegue che nell’attività pittorica per Leonardo non poteva esserci che il tonalismo, non certo quello fisico, ad esempio del Tiziano, ma tonalismo fatto di infinite gamme di neutri immateriali e trasparenti. Il tonalismo fisico ripudia il nero, il tonalismo vinciano si basa sul nero e bianco che, combinati con gli altri colori, presuppone leggerezza di tocco, trasparenza levità.
Nessun pittore è stato così vellutato nel posare sulla tela il tono come Leonardo. La bellezza e la grazia rappresentano l’apporto costante di una pittura fatta di larve, volti, corpi, elementi della natura, cavalli e paesi sono privi di contorno, entità
trasparenti e lievi come ossi di seppia nei fondali delle acque. Larve chiaroscurate sfumando l’infinita gamma di neutri azzurri, rosa bruni a corollario non di un’azione o di un movimento, ma di un arcano sentimento dallo stesso maestro dichiarato nello scritto: “sii solo e sarai te stesso”.
Il geniale studioso della prospettiva, il razionale per antonomasia, l’avveniristico inventore, non fu un innovatore o un rivoluzionario in pittura spesso monocorde nello schema compositivo (vedasi la postura e i gesti delle figure nell’opera La Vergine delle rocce), ma nessuno, né prima né dopo, ebbe la stessa levità di tocco, l’innato senso della grazia capace di rendere il colore nero, di per sé opaco e greve, vellutato e misterioso. Quei neri neutri, quei bianchi, bruni, azzurri ed ocra rosa neutri, sono costanti dalla prima opera (Battesimo di Cristo, iniziata dal Verrocchio) all’ultima del maestro.
Si osservino i disegni di Leonardo dai quali si percepisce la luce e l’ombra per lo spessore del segno: la luce raffigurata con tratto quasi invisibile, l’ombra con segno appena più scuro trasparente. L’arte leonardesca nasce e si sviluppa solitaria, nutrita di grazia e di bellezza sognata nelle grandi come nelle piccole composizioni.
Le difficoltà tecniche nella realizzazione della somiglianza fisica nel ritratto, non distolgono l’artista dal perseguire la levità della materia cromatica tonale; al contrario, quei volti sono paradigmi viventi atemporali. Si guardino i ritratti di Ginevra De Benci,di Cecilia Gallerani( dama con ermellino), di Monna Lisa (la Gioconda), per rendersi conto dell’immaterialità della pennellata, della corale sinfonia dei toni e delle velature. Creature chiuse in se stesse che l’artista percepisce come può percepirsi un lontano amore, un ancestrale affetto.
Ebbene, di tutto ciò non c’è traccia alcuna nel dipinto esposto a Corato, e, quindi, non attribuibile alla mano del genio fiorentino. Dello stesso dipinto ho una idea più vicina, forse, alla verità: potrebbe trattarsi dell’omaggio al maestro da parte di un collaboratore di bottega. Non altro. Il quadro è pittoricamente dignitoso, storicamente utile. Se futuri studi dovessero darmi torto, riterrò il dipinto un malcelato aborto».
Commenti
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…Professore, è stato in grado di esprimere chiaramente quello che avevo pensato e non riuscivo a esplicitare, complimenti per aver colto così profondamente e nettamente nel segno, non era facile farlo.
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anche lo sbarco sulla luna ha avuto la sua parte di critiche. ognuno è libero di avere la propria opinione, ma se la scienza ci viene in aiuto, perchè continuare a contestarla!
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Grande Professore, una lezione di storia dell’arte condensata in poche righe. Che sia vero o no, mi ha affascinato.
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Gentile professore,
chi Le ha detto che il dipinto non è stato curato da un attento esame storico-artistico?
beh mi spiace ma purtroppo Lei non è abbastanza informato. Le spiegho:
L’opera è curata dal Prof. Alessandro Tomei ,uno dei piu prestigiosi storici dellarte italiani , nonche’ gioiello per la conoscenza del mondo dell’arte medievale.







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