Coma sta la nostra politica? Il dibattito continua

La Redazione

Continua, dilatato nel tempo, il dibattito sullo stato di salute della politica nostrana. Questo ulteriore intervento reca la firma di Giacomo De Lillo.

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Continua, dilatato nel tempo, il dibattito sullo stato di salute della politica nostrana. Questo ulteriore intervento reca la firma di Giacomo De Lillo.

«Chiusa la lunga parentesi delle ferie estive, e mentre si costituiscono comitati (di liberazione dallo strapotere del sindaco sceriffo e per la difesa dell’integrità di Piazza Vittorio Emanuele), torno al dibattito aperto dal Prof. Gaetano Bucci sulla “democrazia” in generale, sui partiti, sulle istituzioni e sullo “sviluppo” cittadino, certo di non poter esaurire l’apporto del mio modesto contributo con questo ulteriore intervento.

La disponibilità di CoratoLive.it, peraltro, è tale da consentire ulteriori spazi e tempi, anche ampi, su un tema di costante attualità.

Andiamo al dunque: il Prof. Bucci parte dallo stato dell’arte nella città, poi allunga lo sguardo su un panorama più vasto ed imbastisce le sue apprezzabili valutazioni. Non indaga a sufficienza, però, su una delle cause che hanno prodotto la situazione che descrive.

Personalmente, sono dell’idea che al sistema elettorale sia da addebitare, in buona parte, la deriva della politica nel nostro Paese. Un Paese che, dal 1992 in poi, registra una eterogenea contemporaneità di sistemi elettorali: da quello proporzionale previsto per le circoscrizioni a quello maggioritario a turno unico per i Comuni con popolazione al di sotto di 15.000 abitanti e, a doppio turno con premio di maggioranza, per i Comuni con popolazione al di sopra dei 15.000 abitanti; da quello regionale che prevede l’elezione diretta del Presidente e quella dei Consiglieri con sistema in parte proporzionale e in parte con “listini” (con l’eventuale premio di maggioranza al 55%) a quelli per la Camera e il Senato, disegnati dal ’93 al 2005 dal “Mattarellum”, che prevedeva sia per la Camera che per il Senato l’attribuzione dei seggi per ¾ con sistema maggioritario a turno unico, sulla base di collegi uninominali, e per ¼ con sistema proporzionale, fino alla “porcata” di Calderoli che, dal 2005, introduce un sistema proporzionale , a coalizione, corretto dal premio di maggioranza, senza indicazione di preferenza per il candidato e con una soglia di sbarramento al 4% per la Camera e all’8% per il Senato; a quello per le elezioni europee che conferma il proporzionale, con una soglia di sbarramento al 4%.

Dico questo perché ritengo, lo ripeto, che le regole elettorali abbiano il loro peso nella formazione dei partiti. Possono produrre assemblaggi e scissioni, indurre frammenti di classe politica a trasmigrare e ad intrecciarsi nel modo più vario, creare alleanze diverse a seconda del livello delle consultazioni; portare all’avvilimento o all’esaltazione del pluralismo politico e culturale.

Guardiamo, per un attimo, al sistema elettorale degli Enti locali. Il sistema liberal-democratico, frutto della cultura del riformismo democratico socialista e cattolico che, in attuazione del patto costituzionale, aveva garantito il necessario equilibrio e la sinergia tra istituzioni, eletti e partiti, dopo i primi anni ‘90, è di fatto sconvolto e superato dalla furia iconoclasta diretta, in particolare, contro i partiti e da una legislazione di emergenza sostenuta dalle note spinte referendarie del ‘91: con la legge n. 81/93 veniva introdotta l’elezione diretta del sindaco, sottraendola ai rispettivi consigli comunali, rafforzando il potere decisionale e concentrando responsabilità su una sola persona, con il conseguente indebolimento dei Consigli e dei consiglieri comunali.

L’introduzione della preferenza unica, peraltro, conferiva alle capacità finanziarie ed organizzative del candidato un peso eccessivo ed accentuava il carattere della personalizzazione in capo agli eletti. I partiti, dunque, vuoi in conseguenza dei sistemi elettorali previsti a livello nazionale (premio di maggioranza alle coalizioni, soglia di sbarramento, esclusione del voto di preferenza), che in conseguenza della legge n. 81/93 e del T.U. di cui al D. Lgs. N. 267/00, hanno visto, man mano indebolirsi le proprie strutture, divenire occasionale e non più permanente la militanza al proprio interno, diradarsi il rapporto con le istituzioni locali e perfino con i propri rappresentanti nelle istituzioni.

Il Sindaco, nella nuova versione del Sindaco-leader, libero da condizionamenti originariamente previsti in un sistema liberal-democratico caratterizzato dalla funzione di equilibrio e di contrappeso dei partiti, è venuto ad appropriarsi di una autonomia decisionale, spesso prossima all’arbitrio, che coincide, ancora molto spesso, con la tutela di propri interessi non necessariamente solo economici.
Sarebbero tanti gli esempi di comportamenti che caratterizzano, anche da noi, il comportamento di “uomo solo al comando” che decide in perfetta solitudine, o con pochi intimi, non solo delle attività amministrative, sottraendole alla gestione dei dirigenti, ma anche delle vicende politiche (tappa di avvicinamento dell’UDC verso il PdL attraverso “La Puglia prima di tutto”; “acquisto” di Consiglieri comunali di diversa estrazione, ecc. ) e partitiche (capo nel Comune e capo nel partito).

La crisi della prima metà degli anni ’90, pertanto, avendo radicalmente trasformato la fisionomia della democrazia, ha decretato il trionfo delle nuove oligarchie ed ha assumento il carattere di sistema e di ideologia al servizio del mercato: di un mercato, per giunta, dominato da un ristretto gruppo di potentati economici.

Il public management, insomma, ha preso il posto della governance, intendendosi con il primo la gestione delle istituzioni improntata a criteri economicistici e con la seconda la gestione delle istituzioni imperniata su una più complessa articolazione dialettica tra i diversi soggetti istituzionali, partiti compresi.

Non intendo dire che il partito debba ritornare ad occupare, com’è stato nella seconda metà del secolo scorso, una posizione quasi monopolistica sulla scena politica, ma che esso, opportunamente e puntualmente regolamentato nella sua democrazia interna e nei rapporti con il mondo esterno, come la Costituzione prevede, torni ad essere luogo di dibattito, strumento della promozione della partecipazione, veicolo delle istanze dei cittadini, interlocutore qualificato con le rappresentanze istituzionali e sociali, promotore di proposte di sviluppo, portatore intransigente di valori.

Che il richiamo ai valori, da parte dei partiti di nuova formazione, sia utilizzato in chiave di marketing politico-elettorale è fuor di dubbio. Nella sostanza e nei comportamenti concreti, nemmeno molti dei cattolici impegnati in politica sembrano dar peso alla massima della “Centesimus Annus”: “Una democrazia senza valori si converte in forma di totalitarismo aperto oppure subdolo, come insegna la storia”.

Certo, una democrazia non si alimenta solo di valori, ma anche di azioni concrete, attraverso un equilibrio imprescindibile. “La politica – ci ricorda Max Weber – deve far riferimento sia all’etica della convinzione (valori), sia all’etica della responsabilità (efficienza). Se ci si affida solo all’etica dei valori si cade nel fanatismo, se solo all’etica della responsabilità si cade nel cinismo”.
Se così è, ed è così, occorre proprio che la cronaca di oggi, nazionale e locale, si sedimenti in storia per potersi esprimere un giudizio? Guardiamo la storia, allora, e chiediamoci per quale arcana ragione dobbiamo associare alla “morte della politica locale” la “fine dei vecchi partiti”.

Ci possono essere state nefandezze che hanno accompagnato la nascita e la vita, talvolta breve, di partiti come quello fascista, nazista o comunista, ed è giusto che quel partito sia cancellato e che chi vi ha aderito in malafede abbia pagato le conseguenze dei lutti e degli stermini prodotti all’Europa della prima metà del secolo scorso e che chi vi ha creduto in buonafede, nella illusione che si potesse dar vita a governi dell’ordine, della sicurezza e della difesa della prevalenza di una razza sull’altra, ovvero alla dittatura del proletariato, se ne sia vergognato.

Ma chi ha scelto, non per caso, di seguire un partito nato dalla coraggiosa scissione attuata da Saragat nel 1947, ed ha partecipato al processo di unificazione col PSI quando si è compiuta la sua lenta e travagliata maturazione in senso socialdemocratico, filoccidentale ed europeista, concludendosi positivamente con l’esperienza modernizzatrice dei governi di centrosinistra, che ragione ha di cambiare idea, di rinnegare il proprio passato per aderire a nuove formazioni che non garantiscano, con la medesima credibilità, la difesa di ideali e valori del socialismo democratico, quali quello della libertà, dell’uguaglianza, della laicità, della giustizia, della responsabilità e del progresso, sia pure con forme e contenuti programmatici adeguati ai tempi che viviamo?

Se i partiti socialisti e socialdemocratici – da quello svedese a quello norvegese, da quello inglese a quello tedesco, da quello francese di Mitterand a quello cosiddetto “meridionale” di Spagna, Portogallo e Grecia – sono stati in grado di fronteggiare la fase più difficile dello stato sociale e dell’economia internazionale del secondo dopoguerra, per quale arcana ragione dovrebbero considerarsi morti, come vorrebbe Rutelli o il Prof. Bucci?

A quale altra credibile formazione politica avrebbe dato la maggioranza assoluta il popolo greco, deluso dalla fallimentare esperienza del governo di centrodestra, se non al partito che lo aveva riscattato dal disastro dell’ultima guerra e dall’oppressione dei colonnelli?

E’ la demonizzazione di tutti i partiti, Prof. Bucci, che porta al qualunquismo e al populismo oltre che allo scetticismo ed al relativismo culturale e politico dei giovani. E’ la marginalizzazione dei partiti che porta alla degenerazione leaderistica della politica, alla rarefazione delle voci nel dibattito politico, alla…”semplificazione” del quadro politico».

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Commenti

  • ducavalentino (utente non verificato)

    Concordo con l’analisi di Giacomo De Lillo e, del resto, queste idee sono state oggetto già di tante discussioni interne. Non bisogna demonizzare tutti e sempre i Partiti e la storia del partito socialista nel suo complesso è zeppa di pagine positive. Perché quindi “cambiare idea” o “rinnegare il proprio passato”? Nulla di tutto questo: dobbiamo solo scegliere se agire o restare ibernati nelle pagine di coratolive. Se dobbiamo agire si pone il problema delle alleanze e di che quel che ne segue.

  • Attila2 (utente non verificato)

    Caduta delle ideologie e assenza di una classe politica adeguata, soprattutto meridionale,amico Giacomo De Lillo, sono tra le causa delle falle politicoistituzionali italiane. La degenerazione partitocratica di democristiana e craxiana memoria(vero?) degli anni settanta-ottanta conclusasi con tangentopoli, anno minato il ruolo dei partiti, sovrastati nel pendolo della storia di questo acerbo paese, dal ruolo dei leader eletti dal popolo.Attila2

  • Attila2 (utente non verificato)

    Il discredito dei partiti politici ne ha decretato la scomparsa di alcuni e la nascita di altri, che per lo più appaiono come meri contenitori di idee e personaggi spesso tra loro disomogenei se non contrastanti, ma tutti o quasi accomunati dal desiderio di conquista del potere politico che sottende forti interessi economici. Dunque spostando sui cittadini la scelta dell’elezione diretta dei propri rappresentanti, il ruolo di mediazione politica dei partiti è venuto meno. Attila2

  • Attila2 (utente non verificato)

    E allora che fare per un riequilibrio di questo sistema? Scendere in campo facendo politica attiva attraverso i partiti, pretendere che questi tornino ad essere luogo di confronto e mediazione, luogo di partecipazione e di selezione di una classe dirigente meno imbarazzante, arrogante ed ignorante. Impedire per statuto che chi si occupa di amministrazione possa controllare anche il partito, perchè nessuno abbia ruolo di controllato e controllore. Attila2

  • rif62 (utente non verificato)

    buona l’analisi del signor De Lillo; ma la proposta politica qual’è ? Un sistema elettorale alla tedesca?