“Politica escort”
Aldo Zucaro (DC) si inserisce nel dibattito avviato da Gaetano Bucci sullo stato di salute della politica locale.
Aldo Zucaro (DC) si inserisce nel dibattito avviato da Gaetano Bucci sullo stato di salute della politica locale.
«Con questo articolo voglio contribuire alla discussione promossa dall’amico Prof. Gaetano Bucci che si è sforzato giorni fa col suo articolo di decretare la "non morte" della politica. Pur plaudendo alla sua articolata analisi che cercava di traslare la realtà locale in quella nazionale e viceversa, mi corre l’obbligo per l’onestà intellettuale che ha sempre contradistinto il mio percorso politico esternare alcune riflessioni.
Prima di ogni cosa ci terrei a sottolineare che la cultura Democratico-cristiana non è figlia del lessico bizantino, bensì appartiene alla cultura che qualche democrastiano per motivi prettamente personali, usa nella sua aritcolazione.
Voglio con questa riflessione togliere dalla mia espressione ogni qualsiasi forma di bizantinismo e vorrei incominciare a chiamare le cose per nome. Prima di tutto oggi più che mai la politica viene realizzata attraverso un’unica categoria che è il vile danaro. Molti usano il proprio, altri trovano la convergenza di lobby che sponsorizzano il rappresentante di turno. Rispetto alla Prima Repubblica dove certamente il danaro non aveva una funzione preponderante, oggi tutto è finalizzato al danaro per creare attraverso la politica altro danaro.
Da qui si evince chiaramente che chi crede in un valore meramente o fortemente di idealità della politica deve maturare inesorabilmente il ritorno a casa. Pertanto il fare impresa politica ormai non è più a panaggio di qualcuno, bensì è il verbo determinante. Nella Prima Repubblica così tanto vituperata con le multi-preferenze e con i contesti formati in froma eterogenea c’era ancora la possibilità di poter coniugare chi rappresentava il mero interesse economico con chi rappresentava idalità e tensioni valoriali. Agli occhi dei più chi oggi non ha danaro non può né far politica e tantomeno poter essere guida per una comunità.
A questo bisogna ascrivere una grande responsabilità all’elettorato che puntualmente nessun politico ha il coraggio di dire in modo chiaro che molte delle disfunzioni della politica sono dei cittadini che non sanno esercitare il diritto di voto o meglio lo esercitano soltanto in funzione di una ipotesi di ritorno meramente personale. Da qui certamente si è sempre più deteriorato il rapporto istituzione-cittadini, poltica e cittadini, tanto da aver inventato una nuova terminologia che non è più quella adamantina della politica, bensì della politica del fare che puntualmente il più delle volte finisce nella politica dello strafare e dove predomina l’apparire rispetto all’essere.
Alla luce di queste mie personali esternazioni, ritengo che poi non bisogna stupirsi se certi personaggi vengono osannati per una pseudo-capacità decisionista che invece per gli accadimenti degli ultimi giorni sembra essere la capacità del pistolotto. Questo malessere lo si percepisce anche da un nuovo fenomeno che sta sempre più crescendo, ovvero quello dell’astensionismo che è il frutto del sistema maggioritario che porta sempre più una ricca e sparuta minoranza a rappresentare maggioranza di potere.
A questo si aggiunge un’altra perversa invenzione che è stata quella della semplificazione della politica, ovvero negare rappresentanza alle tante diversità di espressione di cui la nostra società è ricca. Questo è un altro fenomeno che certamente ipoteca fortemente la bontà della nostra democrazia e la cultura della centralità delle idee e delle progettualità che vengono soppiantate dalla logica dell’uomo forte e decisionista.
Il Legislatore Costituente quando redisse la nostra Costituzione e realizzò l’ingegneria delle nostre istituzioni, proprio perchè conosceva profondamente i limiti dell’essere umano, ebbe a creare tanti pesi e contrappesi onde evitare derive plebiscitarie e autoritarie che sono il rischio a cui si va incontro con la cultura della Seconda Repubblica.
Questo percorso d’analisi impone allo scrivente e credo a tutti coloro i quali vorranno concedere del proprio tempo ad una riflessione se ha ancora senso fare politica in questa epoca, quando le idee, i programmi, i progetti, le istanze della società sono un aspetto meramente accessorio rispetto alla scelta dell’uomo al comano.
Credo che l’Italia che è stata sempre la culla del diritto, della cultura e della politica abbia ormai dismesso tale ruolo perché fatuamente è andata alla ricerca di uno pseudo-efficentismo che poi puntualmente dimostra non esserlo.
Da qui nasce spontanea la mia domanda: ha ancora senso impegnarsi nella politica e nel sociale se la selezione della classe dirigente è soltanto frutto di una mera capacità di investimento nella ricorrenza elettorale ?
Dalle ultime elezioni europee e provinciali al di là dello scontro Berlusconi-Franceschini, Schittulli-Divella cosa hanno desunto i nostri concittadini ? Che valore ha l’Europa e l’istituzione Provincia se la partita se la giocano solo due contendenti ?
Non voglio tediare alcuni o molti con questo mio parlare, però certamente ritengo che sia giunta l’ora che le nuove generazioni in barba ad ogni freno inibitorio, rompino gli indugi e si propongano con tutta la forza che contraddistingu i giovani nel dare un vero impulso di rinnovamento ad una realtà che ci sta portando lentamente in un profondo sonno di cultura neoqualunquista che ci vuole sempre più distaccati dalle istituzioni tanto da dire "chiunque va a governare la storia non cambia".
Io a questo modo di vedere le cose non ci sto e anche se sarò l’ultimo dei Mohicani lotterò con le mere forze delle idee affinché l’Italia e la città di Corato non svcivolino inevitabilmente in un degrado senza speranza».
Commenti
-
Zucaro…braccia rubate all’agricoltura







Tre mezzi in fiamme nella notte in via Bovio, incendiati anche due cassonetti