Contro la schiavitù «tendere la mano e costruire fiducia»
Si è conclusa la serie di incontri volti ad accendere i riflettori sul fenomeno della riduzione in schiavitù di donne e uomini che avviene anche nel nostro territorio.
Con il seminario organizzato lunedì scorso dall’Oasi2 di Trani, si è conclusa la serie di incontri volti ad accendere i riflettori sul fenomeno della riduzione in schiavitù di donne e uomini che avviene anche nel nostro territorio, sulle strade così come nelle campagne, per mezzo dello sfruttamento sessuale e lavorativo.
Presso la Biblioteca Comunale, Antonella De Benedittis – responsabile dell’area migrazioni dell’Oasi2 – ha dedicato l’ultimo seminario alle azioni messe in campo dal progetto “Aleida”, illustrando la funzione dell’unità di strada, della presa in carico e dell’accoglienza di una persona che intenda sottrarsi ad una situazione di sfruttamento.
Partiamo dalle cifre: più di settecento persone incontrate negli ultimi due anni, oltre la metà sono donne. La maggior parte dei contatti sono stati effettuati tra la zona del nord-barese e il Tavoliere (Foggia, Cerignola, San Severo, Rignano); inferiori le presenze nel tarantino.
Numeri che fanno rabbrividire, perché dietro ad ogni contatto c’è una storia, una vita, problemi che, come ha spiegato la stessa Antonella De Benedittis, «farebbero venire a tutti la voglia di andare a salvare queste persone, ma non è l’atteggiamento da eroe ad essere utile: bisogna seminare con calma per poi raccogliere i frutti.
La sinergia di informazioni tra unità di strada e forze dell’ordine può giocare un ruolo importante nell’opera di mappatura del fenomeno, e questo tipo di collaborazione ci accompagna da sempre nel nostro lavoro».
Non manca però una critica al sistema politico, che non favorirebbe le azioni atte ad intervenire nel campo dello sfruttamento della prostituzione.
«Il provvedimento del ministro Carfagna rischierebbe di minare il rapporto che c’è tra noi e le forze dell’ordine, in quanto avremmo a che fare con le prostitute che, secondo le nuove norme, diventano persone che commettono reato.
E’ inoltre paradossale che le vittime di tratta debbano anche guardarsi dalla legge. Provvedimenti di questo tipo aggravano la drammaticità del fenomeno, rendendo più invisibili e vulnerabili le vittime».
L’obiettivo è in primis cercare un primo contatto con la persona sfruttata, ascoltando i bisogni e dando informazioni prevalentemente di tipo sanitario, puntando molto sulla riduzione della diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili. Eventualmente può poi partire le richiesta di aiuto.
«La domanda di aiuto risulta “muta”, perché queste persone vivono in assenza di relazioni significative, e spesso manca la fiducia nei nostri confronti, per colpa delle delusioni accumulate che sfociano anche in atteggiamenti aggressivi».
Agghiacciante il resoconto fatto riguardo i contesti di estrema povertà e disagio da cui provengono le vittime di tratta, comprese situazioni familiari tragiche che pesano nel tempo sull’animo della persona sfruttata.
«Noi – ha concluso Antonella De Benedittis – dobbiamo tendere la mano, costruire fiducia. Oltre alla protezione, le vittime di tratta necessitano di promozione: oltre ai problemi, hanno risorse che vanno scoperte e coltivate».
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