Corato insorge contro i Borboni

Pasquale Tandoi

1860: arrivò Garibaldi e i coratini indossarono la camicia rossa

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Nell’estate del 1860 il tempo della liberazione del Sud era arrivato, anche se il regime borbonico agonizzante tentava gli ultimi colpi di coda. Francesco II, di fronte ad un regno che si stava sfaldando sotto l’avanzata garibaldina, ancora il 4 agosto imponeva a tutti i funzionari e impiegati di giurare “esatta obbedienza” al Re delle Due Sicilie.

A Corato giurarono soltanto in tre, e tutti e tre appartenenti al mondo della scuola: il canonico don Mauro Sergio Mazzillo, ispettore delle scuole pubbliche della città, e i maestri primari Michele Azzariti e Giuseppe Torelli.

Il 20 agosto 1860 Garibaldi sbarcò in Calabria, ma Corato non attese l’arrivo dei Mille per insorgere. Il giorno precedente Alfonso Grilli (nota 1 in basso) guidò a Corato, tra le prime città della Puglia, l’insurrezione contro i Borbone. “Una staffetta da Corato spedita da Alfonso Grilli portò in Altamura la notizia che in Corato era stata benedetta la bandiera e che tutti i corpi civili e militari avevano prestato giuramento”.

Il 21 agosto, il presidente del Comitato Rivoluzionario di Liberazione, De Laurentis, inviò ad Alfonso Grilli, leader del movimento insurrezionale coratino e quindi anche capo della città, il seguente dispaccio:

“Domenica insorgerete nel vostro comune a nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia e Dittatore Giuseppe Garibaldi. Mobilizzerete una parte della Guardia Nazionale, vi metterete d’accordo e marcerete su Trani per custodire il carcere.

Vi fo noto sotto il più stretto segreto che domenica arriverà una colonna della Lucania sopra Altamura con alla testa un ufficiale di Vittorio Emanuele. Eseguirete il tutto sotto la più stretta responsabilità, e riposo sul conosciuto vostro amor patriottico”.

In quei giorni convulsi, Altamura era il centro del movimento di liberazione, pertanto la conquista della città da parte degli ultimi contingenti militari borbonici rimasti in provincia era fondamentale. Il 29 agosto si mossero verso Altamura 800 soldati borbonici con 40 cannoni. Dalla città murgiana partirono appelli e richieste d’aiuto a tutti i comuni vicini. Il giorno 30 in Altamura fu proclamato nel nome di Garibaldi un governo provvisorio con poteri dittatoriali. Uno dei primi provvedimenti, per ingraziarsi il favore delle masse, fu quello di abbassare il prezzo del sale da 8 a 6 grana a rotolo.

Le forze insurrezionali del Barese furono distinte in tre colonne. La prima di Trani e Bitonto, sotto il comando di Luigi Chicoli; la seconda di Altamura, la terza di Corato fu affidata al comando di Tommaso Melodia, colonnello della Guardia Nazionale di Altamura.

Alcuni anni dopo, il sindaco moderato Giuseppe Patroni Griffi riconosceva che Corato era stata tra le prime città in Puglia “ad innalzare il vessillo della Rivoluzione Italiana ed i suoi figliuoli erano accorsi volenterosi ad Altamura”, dove veniva proclamato il governo provvisorio, mentre intorno alla città si concentravano le truppe borboniche per contrastarlo. Infatti cinque giorni dopo Alfonso Grilli con i fratelli Luigi, Filippo e Giuseppe e oltre 200 volontari coratini in camicia rossa andò a dar man forte ai liberali di Altamura.

E’ sempre Patroni Griffi a raccontare l’atmosfera che si visse in quei giorni di fine agosto 1860 a Corato: “La novella bandiera innalzata a Corato venne salutata, festeggiata ed accompagnata da tutte le classi dei cittadini. Fu un momento di sublime concordia. In Corato non esistette alcun ordine di cittadini od alcun partito avverso al Risorgimento Italiano”.

Anche il clero, limitato di numero e scarso di sostanze, non esercitava ormai che pochissima influenza. Soltanto le masse contadine rimasero incredule, indifferenti, “impassibili spettatrici di quanto andava accadendo”.

Questo giudizio di Patroni Griffi fu confermato un secolo dopo dallo storico inglese D. Mac Smith (nota 2 in basso): “Dato che il Risorgimento fu una guerra civile fra le vecchie e le nuove classi dirigenti, i contadini rimasero neutrali” .

Intanto in Altamura l’insurrezione contro i Borbonici si era fatta più vigorosa, sostenuta dalla presenza di tanti volontari fra cui 223 coratini. Quello stesso giorno, il 7 settembre, Garibaldi entrava trionfalmente in Napoli e proclamava la sua dittatura. “Il governo riconosciuto era quello del Dittatore e l’uniforme rispettata la camicia rossa dei volontari”. Il solenne avvenimento fu annunziato alle popolazioni con il seguente proclama:

“Cittadini,
Garibaldi è a Napoli. La gioia che ci invade in questo momento non ci permette né parole né grida, ma lagrime, lagrime di consolazione, lagrime degne di Italiani. Il Signore benedice la vostra impresa. L’Italia sarà tra breve una famiglia. Evviva l’Italia, evviva Vittorio Emanuele, vostro Re, evviva Garibaldi.”

I garibaldini di Corato

Un altro documento ci testimonia la partecipazione entusiasta dei giovani di Corato alla spedizione garibaldina. Una settimana dopo il Plebiscito, il 27 ottobre 1860, il nuovo sindaco “democratico” Stanislao Quinto, esaminò la situazione della Guardia Nazionale di Corato, che aveva bisogno di essere rimpiazzata in molti suoi componenti, perché

Tutta la nostra gioventù, calda di Patrio affetto per la nostra Madre Italia, ha indossato la camicia rossa, per seguire l’Uomo dei portenti, il nostro Dittatore Giuseppe Garibaldi. Maggiore dei Garibaldini volontari di Corato era Michele Cianciaruso di Filippo.

Sono i documenti custoditi presso l’archivio storico di Torino a farci conoscere i nomi di alcuni garibaldini di Corato, che nell’agosto del 1860 seguirono Giuseppe Garibaldi. Essi furono inquadrati nella Brigata “Peucetia” agli ordini del generale Liborio Romano di stanza in Avellino.

La lista dei garibaldini di Corato non è assolutamente completa in quanto la si evince dalle istanze che alcuni di essi inoltrarono, circa cinquant’anni dopo, al Ministero della Guerra per la concessione di un vitalizio di 100 lire, come veterani delle campagne garibaldine del 1860 e del 1866, in base alla legge del 4 marzo 1898. Le condizioni per ottenere tale sussidio erano la “nullatenenza” e la buona condotta.

I loro nomi:
Adduci Giovanni di Giuseppe (barbiere)
Calletti Felice di Felice (fornaio)
Capozza Giuseppe di Salvatore (volontario garibaldino del 1866)
D’Altamura Giuseppe di Domenico (sergente nell’esercito garibaldino)
De Benedittis Francesco di Pasquale
De Palma Michele di Giuseppe
De Palo Gioacchino di Francesco Paolo (fu congedato con la gratificazione di sei mesi di paga. Falegname)
D’Introno Cataldo di Giuseppe (era addetto alla manutenzione dell’orologio pubblico)
Fiore Vincenzo di Cataldo (volontario garibaldino del 1866)
Frisi Leonardo di Fedele (volontario garibaldino del 1866)
Gallo Vincenzo di Mauro
Guida Vincenzo di Giovanni (stagnino)
Lastella Francesco di Michele (calzolaio)
Mancini Beniamino (prima di ottenere risposta dalla Commissione del Ministero della Guerra il
Mancini nel 1910 morì. La vedova Lipari Faustina non ottenne il vitalizio perché aveva contratto matrimonio col Mancini dopo la campagna garibaldina del 1860. Il Mancini, figlio del farmacista Cataldo, aveva seguito
Garibaldi quando aveva soltanto diciassette anni. Fu premiato con una medaglia. Nel 1866 partecipò alla terza guerra di indipendenza combattendo contro gli Austriaci. Pittore)
Palombella Raffaele di Francesco (sarto)
Piarulli Sergio di Luigi (vetturino)
Pomodoro Saverio di Pasquale
Quinto Cataldo di Pasquale (bracciante, guardiano di campagna)
Quinto Felice di Vitantonio (custode del teatro)
Rella Giuseppe di Cataldo (fu arruolato il 1° agosto 1860 e congedato il 27 dicembre dello stesso anno con la gratificazione di sei mesi di paga. Falegname).
Schiralli Antonio di Cataldo (non ottenne il vitalizio perché percepiva già altro sussidio. Pittore)
Schittulli Giuseppe di Felice (“spazzolaio”)
Strippoli Giuseppe di Luigi (manovale)
Tarantini Nunzio di Antonio
Tondo Francesco di Michele
Torelli Giuseppe di Cataldo (non ottenne il vitalizio per aver riportato una condanna. Guardiano di campagna)
Virgilio Mauro di Giuseppe (“caffettiere”)
Zezza Giovanni di Giuseppe (partì volontario garibaldino nel maggio 1866, combattè nel Tirolo)
Zonni Gabriele di Nicola (sarto)

Altri coratini avevano inoltrato domanda per il vitalizio, Piccione Giuseppe, Bonadies Felice (secondo le sue dichiarazioni sarebbe stato con Garibaldi a Catania e Palermo), Carnicella Michele, Cataldi Giuseppe, Civico Vincenzo, De Palma Domenico, Lotito Luigi (avrebbe combattuto nel 1862 con Garibaldi sull’Aspromonte), Manfredi Nicola, Palumbo Michele, Papaleo Gennaro (nota 3 in basso), Sinigaglia Martire, ma non furono ammessi ai benefici della legge perché non riuscirono a dimostrare di aver preso parte alle campagne garibaldine.

Nel giugno del 1908 scrissero una lettera a Vittorio Emanuele III sostenendo di aver smarrito il foglio di congedo, giurando di aver prestato la loro opera alla causa dell’Unità d’Italia e di confidare nei sentimenti di giustizia e di magnanimità del Sovrano perché, “compenetrato delle loro misere condizioni economiche, volesse con la sua Augusta parola convincere la Commissione ad elargire il richiesto sussidio dopo aver preso le più ampie informazioni dalle autorità locali sul loro stato di ex garibaldini”.

L’elenco riportato rappresenta, come già detto, un’esigua minoranza dei coratini che abbracciarono la causa garibaldina. Si tratta infatti dei più longevi, di coloro che sopravvissero per circa cinquant’ anni.

Quanti garibaldini coratini erano nel frattempo scomparsi, in un’epoca in cui la vita media arrivava a circa 45-50 anni? La stima approssimativa relativa alle “camicie rosse” coratine è di oltre trecento, appartenenti a vari ceti sociali, ma soprattutto erano piccoli artigiani.

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(tratto dal libro di prossima pubblicazione dello stesso autore della rubrica: “STORIA DI CORATO – Dalle società segrete all’Unità d’Italia)

NOTE
1. Uno dei protagonisti a Corato delle vicende tumultuose che portarono, in seguito alla spedizione dei Mille, al cambio di regime nel Meridione, fu Alfonso Grilli. Egli nacque a Corato nel 1824 da famiglia agiata, si laureò in medicina a Napoli dove, come era avvenuto per Federico Quinto, ebbe modo di frequentare gli ambienti liberali della propaganda antiborbonica. Tornato a Corato, cominciò la sua missione di “fecondare nel petto dei suoi concittadini il sacro amore per la patria, l’anelito della libertà, l’idea nazionale del riscatto”. Le sue aspirazioni sociali e politiche non si fermarono al desiderio di un migliore ordinamento delle istituzioni, alla richiesta di una costituzione, ma sognava l’Italia di Mazzini, unita e libera, artefice dei suoi destini. Il periodo dal 1848 al 1860 fu per Alfonso Grilli il più intenso dell’opera di propaganda e di organizzazione, ma furono anche i più difficili e pericolosi perché la reazione imperversava e la “sbirraglia” dominava con metodi tremendi di persecuzione. Anche i numerosi fratelli di Alfonso erano democratici mazziniani: Giuseppe prese parte nel 1848 come volontario all’eroica battaglia di Curtatone durante la prima guerra di indipendenza, rimanendo ferito al petto; il fratello Vincenzo fu incarcerato a Barletta e poi confinato a Bovino. Alfonso e i suoi fratelli tennero vivo presso i Coratini lo spirito patriottico e procedettero alacremente a quel lavoro di preparazione del risorgimento nazionale. Ma la polizia vigilava: nel 1856 Alfonso fu relegato a Barletta in domicilio coatto riuscendo, però, nonostante le limitazioni di movimento cui era sottoposto, a tenersi in contatto con i comitati liberali italiani.

2. DENIS MAC SMITH – Storia d’Italia.1861-1969. Bari, 1979, vol.I, pag. 67.

3. Scrisse alla Commissione una lettera citando, per dimostrare di essere stato sergente garibaldino, i nomi dei suoi superiori di Corato, il capitano Nicola Tarantini, il luogotenente Domenico Schiralli e il sottotenente Francesco Quinto.

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