Teatro, “Dogville” e Freud nel nuovo cortometraggio di Nico Capogna
In questi giorni si stanno svolgendo le riprese del nuovo cortometraggio “Identitè” del giovane Capogna.
Il regista è seduto davanti alla televisione mentre scruta le riprese del suo cortometraggio.
Ogni tanto segna qualcosa su un foglio; la sua espressione si fa a tratti serena, a tratti preoccupata, con gli occhi sempre puntati su quello schermo.
L’attore recita sotto l’attento occhio digitale di una videocamera e ogni tanto il regista scatta in piedi per interrompere le riprese. “Rifacciamola” impera al suo amatoriale staff, suggerendo al protagonista le pose e le espressioni del viso; come muovere le braccia e come gesticolare; come carismare lo sguardo. Si riprende: stessa scena, altra inquadratura. Nell’ambiente il silenzio è solenne. Il regista continua a prendere appunti e interrompe con frequenza eupnoica le riprese per poi riprendere subito dopo.
“Identitè” è il nome del nuovo cortometraggio del coratino Angelo Domenico Capogna, detto “Nico”, che si è cimentato in un’esperienza complessa e singolare. Proprio in questi giorni Capogna egli sta girando le riprese della sua ultima “fatica cinematografica”.
Il titolo francese del corto è significativo e sintetizza con spartana efficacia il suo tema tutto filosofico: l’identità.
Capogna pensa l’identità umana come un’entità astratta e allo stesso tempo concreta che si modella continuamente sulla base dei limiti di cui è ontologicamente costituita. “Ogni identità ha dei limiti e sono proprio questi a forgiarla e a permettere che essa sia” – ha dichiarato il giovane regista in erba che ha poi continuato:”non ci può essere identità senza dei propri limiti che ne discriminino l’esistenza. Essa si modella come l’acqua a seconda del suo contenitore.”
L’identità è dunque vista come un qualcosa che è libera di essere all’interno di un recinto fatto di idee ed è proprio quel recinto che permette che essa sia. “Sono convinto che ognuno di noi ha un’identità con dei propri limiti: laddove tali limiti vengono meno, anche essa stessa viene meno. E’ proprio per questo che quando i limiti che ciascuno ha vengono meno, questi ne cerca altri o se li ricostruisce perché non può farne ormai a meno a causa di una costante abitudinaria. “E’ proprio da qui che parte il mio corto.
Lo spunto lo presi quando lessi un libro in cui c’erano delle interviste a persone che erano uscite dai manicomi in seguito alla legge n°180/78 nota come Legge Basaglia (che introdusse un’importante revisione ordinamentale sui manicomi e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti psichiatrici sul territorio, abrogando alcuni articoli della legge n. 36/1904, concernente "Disposizioni sui manicomi e sugli alienati" e alcuni del codice penale): tali soggetti continuarono a fare la stessa vita che facevano all’interno di quelle case di cura, cenando alla stessa ora, vivendo con le tapparelle sempre abbassate, con gli stessi ritmi di quella vita che avevano subito in quelle case di sofferenza.
Quelle persone erano state abituate a vivere in un certo modo e con certi limiti e quando si sono di colpo trovate proiettate nella vita, non hanno potuto far a meno di ricostruire e mantenere quei limiti per non perdere quella propria identità.” La base filosofica del corto “identitè” assume allora tinte sempre più freudiane quando Capogna afferma che i limiti solitamente ci vengono imposti dall’esterno mentre in un secondo tempo li facciamo nostri e ce li auto-imponiamo.” Molto freudianamente dunque i limiti imposti dalla società e dai costumi l’io li fa propri e quindi essi giungono a far parte interamente dell’individuo che li introietta ineluttabilmente dentro di se.
La scenografia del cortometraggio è molto semplice: al centro della scena c’è una gabbia illuminata da una luce: essa costituisce fisicamente dunque tutte le costrizioni nelle quali siamo costretti a vivere; la gabbia è la “rappresentazione – trasposizione metaforica della società, del lavoro, del manicomio, del carcere; dei nostri limiti più in generale.
La scenografia è sempre fissa e la base su cui poggia la gabbia è di legno; in questo modo ho voluto richiamare molto il teatro, quasi ci fosse un palcoscenico. Mi sono ispirato molto a “Dogville”. Attorno alla gabbia è tutto tenebra: attorno ad essa c’è dunque il tutto o il niente. Non c’è un filone narrativo; non ci sono dialoghi, ma solo sguardi, gesti, emozioni, sensazioni; tutto è simbolico. Tutto si basa sui simboli.” Il protagonista è nella gabbia e in essa è costretto a stare; non può uscirne. Sogna allora “ciò che c’è al di fuori della gabbia, sogna le guardie che lo sorvegliano impiccate.”
Il cortometraggio “Identitè” è diviso in 8 atti e dura 15 minuti circa e verrà presentato ufficialmente ad inizio 2008.
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