“A’ morte… è una livella”? Non sempre!

Ettore Torelli e Maria Teresa Malcangi

Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza / per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll’adda fà chesta crianza; / ognuno adda tené chistu penziero.

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Inizia così il famoso componimento poetico scritto dal “principe della risata”, Totò, intitolato “A livella” nel quale con ironia ed acume egli riflette sul tema poco piacevole, ma molto reale della morte, giungendo alla conclusione che “’A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.”

Anche noi, considerata la vicinanza della ricorrenza della Commemorazione dei defunti (il 2 Novembre), vogliamo analizzare brevemente i vari manufatti archeologici e artistici prodotti nel nostro territorio per custodire le salme dei defunti e celebrarne la loro memoria.

L’uomo sin dalla sua origine ha dimostrato una particolare attenzione per il culto dei morti, esprimendo attraverso le varie forme di sepolture il proprio rispetto nei confronti dei corpi dei defunti, le concezioni religiose, le organizzazioni sociali di ciascuna popolazione, le capacità manuali acquisite.

Lo riscontriamo facilmente nelle sepolture di fase protostorica ritrovate nel territorio coratino: il Dolmen “Chianca dei Paladini” e le tombe a tumolo della Necropoli di San Magno. Il primo, costruito durante la Media Età del Bronzo, appartiene alla tipologia del dolmen a galleria formato da una cella di lastre megalitiche e da un dromos (galleria) lungo alcuni metri; le salme erano deposte, molto probabilmente, in base alla loro posizione sociale, visto che tale costruzione funeraria è caratteristica delle popolazioni strutturate in clan.

La Necropoli di San Magno, invece, è databile ad un periodo successivo compreso tra l’VIII e il VI secolo ed è caratterizzata da numerosissimi sepolcri a tumolo formati da una cista centrale di lastre megalitiche e da una serie di cerchi concentrici di pietrame eterogeneo su sui si sviluppava il tumolo. I corpi erano deposti nelle ciste in posizione fetale insieme ad un ampio corredo funebre che, oltre ad indicare il sesso dei defunti, la loro posizione e ruolo sociale, poteva essere utile per una nuova vita oltre la morte.

Con la diffusione del cristianesimo e la sua successiva affermazione, il culto dei defunti assunse un nuovo carattere e si legò strettamente alla vita della comunità cristiana. In un documento del XIII secolo contenuto nel Codice Diplomatico Barese, troviamo la prima citazione di un cimitero nel territorio di Corato, che rientra tra le pertinenze della Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore.

Sempre in tale edificio, erano presenti alcune lastre tombali risalenti ai primi decenni del Trecento, utilizzate nei secoli successivi come materiale lapideo della pavimentazione. A partire, infatti, dall’Alto Medioevo e fino al XIX secolo, le salme dei defunti erano sepolte in luoghi sacri: all’interno e in appositi ambienti realizzati sotto gli edifici di culto o in cimiteri posti nelle loro vicinanze.

Essendo spazi esigui che rendevano ridotte le possibilità di sepoltura, si è sviluppato nel corso dei secoli un articolato sistema che permettesse di assicurare a tutti il diritto di sepoltura. Gli ecclesiastici e quanti appartenevano ad ordini religiosi, di solito, avevano degli ambienti cimiteriali all’interno delle chiese a loro appartenenti, le famiglie nobili e quanti disponevano di notevoli possibilità economiche si acquistavano tale diritto erigendo e curando una propria cappella all’interno di edifici di culto.

I corpi di quanti, invece, non avevano la possibilità, per la propria posizione sociale ed economica, di assicurasi un dignitoso luogo di sepoltura erano posti in luoghi comuni. In epoca moderna con l’istituzione delle congregazioni laicali o confraternite, anche per i laici di modeste condizioni sociali, aumentarono le possibilità di assicurarsi già in vita uno spazio di sepoltura in un luogo sacro. 

A Corato, ad esempio, ciascuna confraternita aveva una chiesa in cui svolgere le proprie funzioni religiose e seppellire i propri associati; nel caso in cui l’edificio era di piccole dimensioni e non era sufficiente per assicurare uno spazio di sepoltura per tutti, si realizzavano altri ambienti cimiteriali in chiese più grandi, come la Chiesa Matrice.

In essa avevano diritto di sepoltura i canonici del Capitolo della città, gli associati alle Confraternite del SS. Sacramento e del Purgatorio, ma nel XVII secolo abbiamo notizia di un ambiente cimiteriale appartenente alla Confraternita del SS. Crocifisso della Maddalena e alla fine del Settecento sappiamo che ne furono realizzati altri per la Confraternita del Monte di Pietà.

Ancora oggi, esiste in chiesa la lastra tombale della botola che dà accesso all’ambiente cimiteriale un tempo appartenente alla Confraternita del SS. Sacramento, datata 1700 e decorata con motivi iconografici consoni: un teschio ed ossa incrociate.

La tomba diveniva, per quanti avevano la possibilità sociale ed economica, non solo la semplice sepoltura del defunto, ma un’opera con la quale celebrare la sua memoria, le sue facoltà umane e il suo prestigio sociale, che in tal modo rendevano gloria e onore non solo alla persona morta, ma soprattutto a quelle vive a lui imparentate.

Pertanto, attraverso forme monumentali, decorazioni plastiche, raffigurazioni ed iscrizioni, si arricchivano le tombe per non dimenticare chi non c’era più e rendere onore a chi era ancora in vita. Nella Chiesa di S. Maria Maggiore, l’edificio di culto più importante della città per la sua funzione e le sue dimensioni, sono presenti due di tali tombe monumentali: una è murata nella cappella del SS. Sacramento ed appartiene al presbitero don Benedetto Candido, risale al 1744 e presenta il busto scolpito del canonico; l’altra è collocata nella navata laterale sinistra e ricorda con una lunga iscrizione la giovane e nobile Anna Patroni Griffi, figlia di Rosa Codignac, morta nel 1837.

Con l’istituzione dei cimiteri, per volontà di Napoleone, l’articolato sistema che si era strutturato nei secoli per assicurare il diritto di sepoltura si trasferisce anche in questi luoghi. Le famiglie nobili incrementano i loro diritti costruendo monumentali cappelle, quanti dispongono di cospicue disponibilità economiche emulano i nobili e fanno erigere cappelle e tombe elaborate, anche le confraternite costruiscono ampie e imponenti cappelle per accogliere i vari associati e gli ecclesiastici conservando ancora in parte i loro diritti e possibilità economiche erigono delle proprie sepolture.

Nel 1880 venne ufficialmente concluso il cimitero comunale di Corato, ma già nei decenni precedenti si era potuto seppellire ed erano state realizzate monumentali e talvolta ricercate sepolture. Al 1866 risale la tomba del Dottore Alfonso Grilli che presenta un elaborato sarcofago ad urna in pietra, posto su di un alto podio.

Sotterranea è, invece, la tomba della famiglia Ripoli sormontata da una edicola esagonale ricoperta da una cupoletta con aperture a lunetta, fatta realizzare dai Sacerdoti Giuseppe e Claudio “per se e loro successori” nel 1884. Accanto ad essa s’innalza imponente la tomba monumentale dell’Avvocato Vincenzo Ripoli su cui ritroviamo la seguente iscrizione: “Della storia cittadina / fosti protagonista illustre / l’ingratitudine / ti creò vittima inulta / ma non poté cancellare / dalla memoria / il tuo nome.”

Alla fine dell’Ottocento venne eretta una cappella da Domenico Capano, per accogliere le spoglie mortali della “sua diletta compagna” Rosa Amenduni, come viene ricordato nelle lapide commemorativa posta sopra l’ingresso. Molto particolare è la facciata della vicina cappella della Famiglia Capano, dall’aspetto poderoso in cui si apre una piccola porta sormontata dallo stemma di famiglia e dalla monumentale scritta: PER ME AD COELUM.

Più elegante è la facciata della cappella Patroni Griffi, realizzata nel 1900 in mattoncini rossi e scandita da paraste decorate che inquadrano due urne cinerarie collocate in nicchie, mentre sul timpano triangolare si apre un piccolo rosone accostato da un alto fregio con festoni.

Più recente è la tomba monumentale della Baronessa Felicia Pedone ved. Codignac, morta nel 1944, che presenta una forma a parallelepipedo, scandita da paraste e con poche decorazioni. Infine, interessanti sono anche le architetture delle prime cappelle erette dalle varie confraternite, ad ambiente unico, in alcuni casi a croce greca o latina, spesso ricoperte da cupole e decorate con motivi neoclassici, come quella del SS. Sacramento o di gusto eclettico come quella dell’Opera Pia San Giuseppe, dell’Immacolata e di S. Maria Greca.

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