Quanto è valida la psicoterapia?

Antonio Di Gioia

Egregio dottore, Le scrivo perché ormai sono disperato: da molti anni mio padre soffre di depressione (a quanto dicono i medici, compresi i neurologi, che abbiamo consultato in diverse occasioni) e io non sopporto più questa situazione.

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Egregio dottore, Le scrivo perché ormai sono disperato: da molti anni mio padre soffre di depressione (a quanto dicono i medici, compresi i neurologi, che abbiamo consultato in diverse occasioni) e io non sopporto più questa situazione.

Io sono convinto che dovremmo rivolgerci ad uno psicologo, ma ecco il problema: mio padre non crede assolutamente nella validità di una psicoterapia, convinto che siano tutti ciarlatani, anche chi è iscritto all’albo. Racconta di suoi conoscenti in analisi, da più o meno tempo, che ritengono di non aver raggiunto alcun risultato, di non aver avuto alcun miglioramento.

Come posso convincerlo che la psicoterapia sarebbe la soluzione migliore? che la sua malattia, che non ha mai voluto accettare, è proprio depressione e non altro? Non sarebbe possibile tentare con l’ipnosi? Oppure tentare con una terapia di gruppo?

Grazie per la sua risposta,
S.

Gentile lettore,
non è mai semplice per me affrontare i dubbi riguardanti la validità della psicoterapia e dei metodi consimili. Non è certo la prima volta che capita di sentirmi dire frasi del tipo “Ma tu credi davvero in quello che fai? Ma davvero la psicoterapia funziona? Secondo me sono tutte sciocchezze! La verità è che se uno vuole può farcela da solo!”. Frasi che non mi vengono rivolte solo da sconosciuti o persone a cui potrei risultare poco simpatico, ma anche da parenti e amici!

In realtà, al riguardo, sopravvivono ancora una serie di superstiziose convinzioni e, anche, una diffusa disinformazione, spesso, devo ammettere, supportata dall’agire di individui che sono realmente dei ciarlatani.

Ma che la psicoterapia abbia una sua efficacia, e il pieno diritto di annoverarsi tra le scienze mediche, penso proprio di non dover essere io ad affermarlo, ma si possa ampiamente dedurre da quanto questa disciplina si sia evoluta e diffusa, e quali vantaggi abbia apportato al nostro modus vivendi.

Non è necessario leggere riviste specializzate per comprendere quale ruolo rivesta ormai questa disciplina e quali riconoscimenti le siano dovuti. Solo a titolo esemplificativo, mi è possibile citare uno studio compiuto presso l’Università dello Yutah, proprio a proposito della depressione: secondo i ricercatori, il trattamento psicoterapico mantiene più a lungo nel tempo gli effetti positivi raggiunti, a differenza dei trattamenti farmacologici.

I malati di depressione trattati solo con medicinali ricadono nella malattia in una percentuale piuttosto elevata e, per di più, sviluppano una dipendenza dal farmaco. La psicoterapia invece, tende a mantenere più a lungo nel tempo i risultati positivi,evitando la dipendenza da farmaci.

La ricerca è stata condotta per un periodo di sei mesi su pazienti affetti da depressione, ansia e disturbi relazionali.

Una percentuale piuttosto alta dei pazienti ha ottenuto un riscontro positivo dalla psicoterapia, traendone degli effetti positivi; tuttavia, vi è stata anche una parte, seppur minima, dei pazienti che, non riuscendo proprio a creare una relazione con gli altri, non ne ha tratto alcun giovamento; come pure, vi è stata una ulteriore piccola percentuale di pazienti che ha avuto un vero e proprio rifiuto nei confronti dello psicoterapeuta. Ma, nel complesso, è evidente quali vantaggi possa apportare la psicoterapia.

Per quanto attiene l’esperienza delle persone a voi vicine, non posso esprimere giudizi sulla terapie seguite da altri pazienti, soprattutto non avendo modo di sapere di che tipo di psicoterapia si tratti, e, comunque, è necessario rapportarsi al singolo caso, non essendo possibile fare previsioni standard per tutti. Ogni persona è una storia con significati del tutto soggettivi, e significa la realtà in maniera diversa.

Certo, io sono tra coloro che credono che la psicoterapia non possa prolungarsi per tempi lunghi (e per lunghi intendo periodi di 8-10 anni), in quanto se non produce effetti positivi in tempi ragionevoli, probabilmente vi è un problema di fondo, che il più delle volte può ricondursi proprio al rapporto paziente-terapeuta.

Difatti, la relazione psicoterapeuta-paziente è sì una relazione che nasce come un rapporto di dipendenza, ma deve condurre all’autonomia del soggetto in cura.

Inoltre, mio caro S., uno psicoterapeuta deve piacere al paziente. Il paziente deve sentire che esiste tra loro un’empatia in grado di favorire il rapporto terapeutico, deve sentire di essere in risonanza emotiva, e, soprattutto, deve sentirsi accolto totalmente, e non razionalmente.

E con questo arriviamo al nocciolo del tuo problema: non è possibile convincere ab externo una persona a seguire una psicoterapia, di qualsivoglia genere e scuola.
Affinché la terapia abbia buone chances di avere effetto, è necessario che la prima persona a prendere coscienza del proprio problema e, soprattutto, ad avere voglia di tentare una soluzione deve essere il paziente, la persona che soffre.

Il supporto dei famigliari è ovviamente un ottimo inizio, ma la scelta deve essere necessariamente personale.

A distanza non sono in grado di valutare i problemi di tuo padre, ma ciò che posso sicuramente dirti è che la depressione è una malattia, e non un’opinione che si può modificare in base a ragionamenti convincenti.

Per la mia esperienza professionale, posso dirti che chi soffre di depressione tende ad implodere la rabbia e l’insoddisfazione e, nella maggior parte dei casi, ha un esame di realtà alterato: chi è depresso percepisce la realtà in maniera diversa dagli altri, come se vedesse la propria vita con meno possibilità rispetto agli altri.

Di solito, chi sta intorno spesso protegge la persona depressa, ritenendo sia la cosa migliore da fare, ma in realtà, così facendo, non fa altro che rinforzare il suo non affrontare il problema. D’altro canto, e qui mi riferisco specificamente al tuo caso, è inutile cercare di convincere il depresso ad intraprendere una terapia. Devi solo aspettare il momento in cui sarà tuo padre a chiederti di accompagnarlo da un terapeuta.

Per quanto riguarda l’ipnosi, penso che potrebbe risultare utile (sempre che lui si convinca ad intraprenderla come terapia): potrebbe aiutarlo a tirare fuori i suoi lati costruttivi e a vivere, così, in maniera più positiva e piena.
Anche la terapia di gruppo presenta aspetti favorevoli, in quanto è un metodo (molto diffuso in altri Paesi) in grado di far scattare le giuste “molle”, in grado di toccare significati importanti e farli emergere, ma che, a mio parere, dovrebbe essere comunque affiancato da una terapia individuale.

Se una strada non funziona, è possibile cercarne altre, che magari risultino maggiormente adatte al paziente. Varie forme di psicoterapia possono essere in grado di apportare il giusto stimolo e ottenere risultati efficaci, come una terapia ad orientamento breve, ovvero un programma che tende ad incoraggiare soluzioni rapide di situazioni problematiche.
Oppure, se tu o altri membri della famiglia siete disponibili ad impegnarvi, potreste valutare una terapia familiare, che coinvolga più persone della famiglia. Ma anche questa non costituisce l’unica scelta.

Quando tuo padre chiederà un aiuto, potrà magari farsi una chiacchierata con uno psicoterapeuta, per avere una consulenza e decidere quale orientamento seguire. Nel caso, puoi anche contattarmi e potrò fornirti i nominativi di colleghi esperti in disturbi dei toni dell’umore.

Buona fortuna e fammi sapere.

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