La Persona disabile: soggetto e non oggetto
Una nota di Vincenzo Biancolillo – Associazione di Tutela Coordinamento tra Genitori di Diversamente Abili Corato.
Una nota di Vincenzo Biancolillo – Associazione di Tutela Coordinamento tra Genitori di Diversamente Abili Corato.
Premetto che l’associazione che rappresento, Coordinamento tra Genitori di Diversamente Abili (CGDA), ha come scopo primario, mission, la tutela dei diritti della Persona disabile.
Ed è per questo che l’Associazione ritiene la Persona disabile un soggetto e non un oggetto: ne è la prova, e l’attento lettore dei miei frequenti interventi su queste stesse pagine web o sulle pagine di periodici locali, dell’utilizzo della parola disabile quale aggettivo qualitativo della parola persona così come si direbbe persona alta o bassa, persona grassa o magra e via discorrendo.
Seguendo questo principio, qualsiasi evento organizzato dal CGDA prevede il coinvolgimento attivo della Persona disabile: per raggiungere questo obiettivo, però, considerando i limiti che caratterizzano la Persona disabile, è quasi sempre, e diventa sempre se alla Persona disabile è stata riconosciuta la condizione di gravità, necessaria la figura dell’accompagnatore.
L’accompagnatore dovrebbe essere, ed uso il condizionale conoscendo la realtà locale di interpretazione di accompagnatore, colui che si responsabilizza del Ben-Essere della Persona disabile e, quindi, colui che la rende partecipe all’evento aiutandola a superare, per quello che è possibile, le difficoltà, gli handicap.
Dopo aver letto l’editoriale apparso sul numero di Febbraio 2007 “del maggior organo di informazione di Corato” (Lo Stradone, ndr), non mi sentivo di avallare con il silenzio le personali interpretazioni dell’articolista che, “dopo diverse segnalazioni pervenute in redazione di altri casi di cattiva gestione del servizio”, ha creduto opportuno segnalare all’opinione pubblica il “disservizio” “accaduto a gennaio, in occasione di un concerto organizzato da una associazione che tutela i diversamente abili”.
L’evento musicale di cui si parla è stato organizzato dall’Associazione che rappresento: anche se nell’editoriale non è volutamente indicato, lo si capisce facilmente scorrendo le pagine dello stesso numero del periodico e leggendo l’articolo dal titolo “I diversamente abili: figli della stessa luce”.
Il “disservizio” – ma si stava offrendo un servizio o si era organizzato un evento? – è consistito nell’aver impedito l’ingresso a tre Persone disabili accompagnate da un unico accompagnatore e non aver voluto “sorvolare sull’iter burocratico e affidare tali ragazzi a qualcuno di buona volontà” considerando che le vigenti Norme in materia di sicurezza prevedono, in caso di evacuazione, un accompagnatore per ogni Persona disabile.
Considerando quanto anticipato nella premessa, è evidente che affidare la Persona disabile semplicemente a “qualcuno di buona volontà” sarebbe stato non un “sorvolare sull’iter burocratico”, non si parla di timbri e firme, ma una indubitabile assenza di responsabilità morale, prima di tutto, nei confronti della Persona disabile non conoscendone la condizione: cosa avrebbe dovuto fare quel “qualcuno di buona volontà” in caso di necessità?.
L’articolista continua nel suo editoriale con altre interpretazioni personali: questa volta “sull’utilità di alcune associazioni”.
Quali sarebbero le Associazioni inutili?
Quelle che hanno raggiunto un certo numero di associati? Quelle che hanno infranto l’assioma Associazione uguale Assistenzialismo? Quelle che hanno messo, sotto forma di servizio, a disposizione di tutti un bene che hanno acquisito?
Le Associazioni, poiché sono l’espressione di un bisogno diffuso, sono tutte utili.
Riguardo, poi, l’“abbattere le barriere mentali”, che secondo l’articolista “i primi che dovrebbero farlo sono proprio coloro che operano nel settore”, è grazie a questi interventi di natura garantista del diritto a tutto, in barba a Etica, la Persona disabile soggetto e non oggetto, e Norme, sicurezza in caso di evacuazione, che nascono questi equivoci.
Credo che la prima barriera mentale da abbattere sia proprio il continuo pietismo, “da sottolineare che questi ultimi erano uno orfano di entrambi i genitori, l’altro con madre non autosufficiente”, e la continua spettacolarizzazione, “la signora, fortemente mortificata di quanto accaduto, ha dovuto riaccompagnarli in cooperativa, dove i ragazzi hanno trascorso il resto della serata in totale solitudine”, che caratterizzano l’editoriale e, quindi, la comunicazione, e non l’informazione, che ci viene fornita del modus vivendi della Persona disabile.
Se “alla fine chi paga sono sempre i più deboli”, è grazie anche a questa nostra modalità di rapportarci a loro, “i più deboli”.
Infine, mi auguro vivamente, che oltre alle tante, tantissime raccolta fondi che ormai si promuovono, non se ne inizi un’altra il cui ricavato sarà “da destinare a chi opera nel sociale e ne sia meritevole”: se non mi sbaglio, un’iniziativa simile è già stata avviata, e con successo, dall’AIC e sarebbe conveniente evitare duplicati, se non peggio, clonazioni.
“Lo stare insieme sia pure nella diversità – come ha ben sottolineato Don Cataldo Bevilacqua da me invitato per l’occasione – è un’esperienza di vita indispensabile per infrangere l’indifferenza umana nei confronti del mondo dei diversamente abili, e crescere nei valori del rispetto e della solidarietà": è secondo questo principio che il CGDA organizza momenti di integrazione e non di ghettizzazione, di rispetto e solidarietà e non di pietismo e di assistenzialismo.
Tutto questo per la buona pace di quei nani e di quelle ballerine che, come moderni buffoni di corte, allietano le giornate del signorotto di turno nella speranza di raccattarne gli avanzi del pasto, figuri accomunati dall’assenza di una propria personalità.
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