Un amore al liceo – Seconda parte

Dino Patruno

Passò una settimana che a Gianni sembrò lunghissima. Ogni mattina entrava in aula con il segreto desiderio di incontrare nuovamente Chiara.

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Passò una settimana che a Gianni sembrò lunghissima. Ogni mattina entrava in aula con il segreto desiderio di incontrare nuovamente Chiara.

Durante la ricreazione provava ad incrociarla nel corridoio. Ma anche quando le passava accanto, Chiara non si accorgeva mai di lui. Gianni invece la notava sempre.

Chiara si muoveva a piccoli passi, quasi sempre da sola e perennemente con le mani in tasca. Ed era come se non guardasse mai davanti a se.

Gianni aveva ormai perso ogni speranza quando una mattina durante la ricreazione, Chiara gli si materializzò dinanzi agli occhi all’improvviso.
Lui, che in quel momento stava commentando con due suoi compagni di classe i risultati dell’ultima giornata del campionato di calcio, appena la vide ammutolì di colpo.

“Ehi secchione… – lo apostrofò lei – ti va di fare un giro?
“Sì certo” rispose Gianni con un fil di voce.

E così la seguì, lasciando con un palmo di naso i suoi amici che mai avrebbero immaginato che uno sfigato secchione come lui potesse essere invitato a fare un giro da una ragazza più grande e così carina per giunta.

“Ma che avevano i tuoi amici? Hai visto che facce…”, non potè fare a meno di osservare Chiara sorridendo mentre scendevano rapidamente le scale.

“Ma no… non mi è sembrato” mentì Gianni che invece sapeva bene come stavano crepando d’invidia quei due là sopra.

“Comunque – tagliò corto lei – andiamo solo a comprare le sigarette. Non sopporto rimanere senza.”

“Beh, com’è andata poi l’altro giorno? L’interrogazione… intendo” disse poi cambiando discorso Chiara.

“Ah, l’interrogazione… Bene. Benissimo anzi. Grazie”.

“Non avevo dubbi… Se ti interessa io posso darti dei testi di critica letteraria che mi ha dato… che mi sono procurata ecco… Sempre che tu lo voglia naturalmente”.

“Certo come no” rispose interessato Gianni.”

Sbucarono dal portone del Liceo e si diressero verso il tabaccaio che si trovava proprio lìvicino verso la villa comunale.

“Sai che questa cosa era vietata un tempo?” disse lei all’improvviso.

“Cosa era vietato?” chiese Gianni sorpreso.

“Uscire per la ricreazione. Per noi ragazze intendo. Ai tempi dei miei genitori solo i ragazzi potevano scendere in strada per la ricreazione. Le ragazze, quelle poche ragazze che frequentavano allora il Liceo durante gli anni cinquanta, dovevano rimanere dentro. Non ci poteva essere promiscuità. Però il divieto c’era solo per le ragazze. Ci pensi? Che cosa assurda.”

“Già. Proprio una cosa assurda” ripetè Gianni.

“E pensa che i miei genitori si sono conosciuti ed innamorati proprio qui, al Liceo. E per comunicare tra loro erano costretti a scriversi dei bigliettini che lasciavano in un posto convenuto nel laboratorio di fisica.”

“Molto romantico” osservò Gianni sorridendo.

“Già – confermò Chiara con una punta di amarezza – Pensa cosa bisogna inventarsi quando un amore è contrastato dalle convenzioni e dall’ambiente che ti circonda.”

“E come è finita poi? Bene ovviamente?” chiese Gianni curioso.

“Beh, un bel giorno la professoressa di fisica scoprì nella sua aula una bella lettera d’amore di mio padre e allora accadde il finimondo. I miei nonni materni, travolti dallo scandalo, obbligarono mia madre ad abbandonare gli studi e le vietarono assolutamente di rivedere mio padre, ragazzo romantico ma spiantato. Ma ti sembra giusto? Mia madre non si diplomò più per questo motivo. Per colpa… per colpa… dell’ignoranza dei miei nonni, dei professori… di tutti. Anche perché non mandarla a scuola non servì a nulla. Perchè alla fine i miei genitori si sposarono lo stesso. Certo, solo dopo che papà si fu affermato come professionista.”

“Devo dire che è proprio una bella storia d’amore…e a lieto fine – ammise Gianni – E si può dire in fondo che anche tu sei nata lì dentro – disse indicando il Liceo – grazie a quello che accadeva nella segretezza delle sue aule – concluse con un tono misterioso tra il serioso e il burlesco.”

“Già, non ci avevo pensato” disse invece Chiara seriamente. “A rifletterci bene è proprio vero.”

Ma distolse subito la mente da quel pensiero. “Sul lieto fine invece – continuò – Sai, non ne sono proprio sicura.”

E si fermò come per dare più importanza a ciò che stava per dire: “Oggi mio padre è un uomo importante. Un pezzo grosso. E non è più tanto romantico. Anzi per niente. Io praticamente non lo vedo mai. La sera si ritira sempre molto tardi. Riunioni, impegni, cene di lavoro. Mia madre è sempre lì che lo aspetta. Io… mi sono stancata e non lo aspetto più. Ci incrociamo solo la domenica a pranzo. Ogni tanto mi chiede: «Ehi Chiaretta… come va a scuola?». Ed io: «Bene papà, bene». Bene purtroppo, aggiungo poi tra me e me.”

“Purtroppo? Non capisco” disse Gianni.

“Forse se andassi male… si accorgerebbe finalmente di me. Vedi, è come se il fatto di andare bene a scuola ti rendesse invisibile agli occhi dei tuoi… Ma perché ti dico tutte queste cose?” disse infine bruscamente e riprese a camminare.

Arrivarono in silenzio davanti alla vetrina del tabaccaio.

“Senti, me lo faresti un favore? Vai tu a prendere le sigarette… un pacchetto di Lucky Strike… che quello dentro non lo sopporto. Ogni volta mi guarda come se stessi compiendo chissà quale cattiva azione… intanto le sigarette me le vende. Ecco, questi sono i soldi. Grazie”.

Appena Gianni fu tornato, Chiara si accese subito una sigaretta.

“Ne vuoi una?” chiese a Gianni.

“No grazie, non fumo” si schermì lui.

“Bravo, fai bene… Vorrei smettere anch’io… cosa credi. Ma ora non è il momento. Tanto smetto quando voglio. Vieni, sediamo un po’ su di una panchina… Abbiamo ancora un po’ di tempo.”

Parlavano ancora del più e del meno. Di musica soprattutto. Lei aveva un mucchio di dischi. Di tutti i generi. Anche se in quel momento privilegiava il punk: Tha Clash, Sex Pistols, Ramones, The Jam, Iggy Pop, senza disdegnare Talking Heads, Lou Redd e David Bowie per carità.

“Sento dentro di me una specie di mare in tempesta/e non so perché/ma forse deve essere proprio così” recitò traducendo alcuni versi da una famosa canzone punk, forse la prima in assoluto, asserì Chiara: “New Rose, dei The Damned”.

Gianni aveva sentito vagamente parlare del punk in televisione e non ne aveva tratto una buona impressione. Ma da come ne parlava lei… gli era venuta una gran voglia di approfondire. Lui ascoltava Supertramp, Electric Light Orchestra, Neil Young, Eagles…

“Buona musica, per carità – osservò Chiara – ma il punk è energia pura, è ribellione, è… tutto.”

“Magari ti posso fare qualche cassetta se vuoi” gli disse Chiara che ormai aveva finito la seconda sigaretta.

Era tempo di tornare in classe. Anzi, si era fatto proprio tardi. Si alzarono frettolosamente dalla panchina e quasi correndo raggiunsero il Liceo.

“Chissà quante ce ne staranno dicendo dietro” disse lei ridendo.

“Chi, i professori per il ritardo?” fece lui.

“No… i nostri compagni di classe. Ci avranno certamente notati. Certe cose non sono poi cambiate molto dagli anni cinquanta sai?”

“Ma come… siamo nel 1980” protestò Gianni.

“Sì sì, ma il taglia e cuci è sempre di moda. Io ci sono abituata ormai, ma non me ne importa niente”.

Fecero le scale a due a due ed arrivarono al secondo piano col fiatone. Il corridoio era deserto. Le aule erano già tutte chiuse. Lei allora si avvicinò a Gianni e gli baciò dolcemente la guancia e sottovoce aggiunse: “Stasera c’è una festa. Gigi, un mio amico della III A compie diciotto anni. A casa sua in via XXIV Maggio alle nove. E’ facile trovarla, tanto sentirai il baccano.”

“Ma…” provò a replicare Gianni.

Ma lei non gliene diede il modo.

“Quando entri di’ che ti ho invitato io. Ciao. A stasera.”

E la vide allontanarsi verso la sua aula.

Fine seconda parte.

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