Il quinto dice: non uccidere

© n.c.
Il modo migliore per riprendere nel 2007 ciò che si è lasciato nel 2006, è quello di augurare a tutti voi uno splendido 2007.
Il modo migliore per riprendere nel 2007 ciò che si è lasciato nel 2006, è quello di augurare a tutti voi uno splendido 2007.
Ne abbiamo bisogno. Di un 2007 splendido, ovviamente. Ma, ahimè, le premesse non sono granché incoraggianti, visto che il 2006, caratterizzato da troppi eventi tragici, si è chiuso, idealmente, con un omicidio. Ed il 2007 si è aperto, altrettanto idealmente, con un altro omicidio (anche se in pratica lo stesso si è compiuto nelle ultime ore del 2006).
Tra i due eventi il denominatore comune è un nostro parlamentare che, in un modo o nell’altro, è presente. Nel primo montando tutta una campagna mediatica ed elettorale che, sebbene rivendicasse il diritto alla cosiddetta “morte dolce”, mi è sembrata unicamente la rappresentazione, anche molto squallida, di una iena che si avventa sulla carogna.
Nel secondo caso intraprendendo la strada che lo ha reso ormai celebre: quella dello sciopero della fame.
So benissimo che sto per intraprendere una strada cosparsa di ostacoli, un percorso quasi minato, ma onestamente non mi interessa. Preferisco saltare in aria per aver detto la mia, sempre e comunque, piuttosto che star zitto e accettare cose che non mi vanno giù.
Partiamo dallo sciopero della fame del suddetto parlamentare così mi tolgo subito il pensiero. Sacrosanto battersi per l’abolizione della pena di morte, e qualsiasi mezzo (o quasi) per raggiungere lo scopo va bene. No, di più! Va benissimo.
E va benissimo anche la richiesta ufficiale da parte del nostro Governo all’ONU. Anche dopo i due “ceffoni diplomatici in piena faccia” ricevuti dal nostro premier da parte di Al Maliki per le critiche al popolo irakeno dopo l’ormai nota impiccagione di Saddam Hussein. Perché per arrogarsi il diritto di criticare un crimine, e la pena di morte è un crimine, si deve essere sicuri che nel proprio DNA non ci siano tracce del crimine medesimo.
E mi fermo qui. Almeno su questo punto. Vorrei invece approfondire il primo omicidio cui ho fatto riferimento. Tenendo sempre presente il secondo.
Per intenderci: un medico travestito da boia ha spento Piergiorgio Welby, un giudice travestito da boia ha ammazzato Saddam Hussein.
Qualcuno obietterà: “Welby voleva morire, lo ha scelto lui, non si può parlare di omicidio. Saddam invece è stato condannato a morte. E la condanna andava eseguita.”
A rigor di logica questo ragionamento non dovrebbe fare una grinza. Io invece dico di no. A prescindere, nella maniera più assoluta, dal fatto che io, oltre a ripudiare la pena di morte, sono fermamente contrario alla eutanasia e a qualsiasi interruzione della vita che non sia decisa da Dio.
Voglio dire: uno può scoprire di essere ammalato e di non avere speranze di vita. Può scegliere di farla finita nel caso sentisse di non poter reggere fino al suo naturale epilogo oppure può scegliere di affrontare tutto ciò che gli si parerà davanti.
Scelte coraggiose entrambe, una più giusta dell’altra a seconda delle proprie convinzioni, ma pur sempre coraggiose. Ciò che non capisco è questo: perché aspettare che si arrivi alla incapacità fisica totale e chiedere a qualcun altro di fare qualcosa che magari, lucidamente, non si è avuto il coraggio di fare in prima persona?
Ecco perché non posso esimermi dal considerare la conclusione di questa triste vicenda al pari di un omicidio, al pari dell’omicidio di Saddam Hussein, al pari di tutti quegli omicidi che caratterizzano ormai e purtroppo il nostro viver quotidiano. Possiamo sempre cambiar la forma ma la sostanza rimarrà la stessa in tutti i casi: privazione della Vita.
Il punto è questo. Saddam non voleva morire ed è stato giustiziato. Welby poteva morire per mano sua ma si è fatto ammazzare. Se entrambi avessero potuto scegliere per cosa avrebbero optato?
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!







Tre mezzi in fiamme nella notte in via Bovio, incendiati anche due cassonetti