Luoghi scomparsi, ma non del tutto

Ettore Torelli e Maria Teresa Malcangi

Nei centri abitati come nelle zone agricole dei nostri paesi sono presenti tracce spesso frammentarie della storia delle nostre comunità locali.

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Nei centri abitati come nelle zone agricole dei nostri paesi sono presenti tracce spesso frammentarie della storia delle nostre comunità locali. Si tratta di costruzioni fatiscenti ormai in rovina, di elementi architettonici, di manufatti scultorei, di toponimi (nomi di strade e contrade) che costituiscono una serie eterogenea di testimonianze di edifici e istituzioni scomparse o di eventi storici e fenomeni sociali e culturali ormai superati.

Nel centro antico di Corato, modificato e purtroppo anche danneggiato, si ritrovano numerose di queste preziose tracce della nostra storia, spesso dimenticate e sottovalutate. Pensiamo alla zona dell’Abbazia col suo caratteristico arco ogivale, nella cui area si può supporre l’esistenza di un complesso monastico; o allo stabile di Palazzo Ducale con l’annessa Chiesa del Monte di Pietà in Piazza Di Vagno, i cui resti attendono di essere resi visibili all’intera cittadinanza (attualmente depositati nel cortile della Centro Aperto “Diamoci una mano”).

Molto interessante è l’analisi proprio di tale piazza denominata comunemente “del mercato” o “del pesce”, per la storica funzione che l’è stata attribuita. Su quest’ampia area, infatti, oltre al già citato complesso civile ed ecclesiastico (Palazzo Ducale e Chiesa del Monte di Pietà) sorgevano la chiesa di San Nicola e il convento di San Francesco. Essi dovevano occupare la zona in fondo alla banchina per la vendita del pesce, adiacente all’Albergo Tripoli e di fronte all’edificio, attualmente in ristrutturazione, in cui è ubicato l’Ufficio Comunale dell’Annona.

Quest’ultima costruzione è separata dalla zona in oggetto da una stradina che si chiama, non a caso, Vico I San Francesco>; la stessa denominazione (Vico II San Francesco) caratterizza anche la viuzza che si sviluppa al termine dell’isolato, in modo quasi simmetrico alla prima. Pertanto, l’intitolazione delle due strade costituisce un’utile testimonianza di questo convento non più esistente. Ulteriori tracce, che permettono di localizzare con maggiore precisione gli ambienti del complesso ecclesiastico, sono visibili sulla parete dell’Albergo Tripoli, prospiciente la piazza, e consistono in una semi colonna e in uno spezzone di muro sui quali si sviluppa l’imposta di una soffitto a volta, probabilmente a crociera. La storia del Convento di San Francesco ha origine nel 1457. Come attestano i seicenteschi Annali dei Frati Minori, redatti da Waddingus, in quell’anno i Francescani, già presenti nel territorio coratino, sono autorizzati a costruire un nuovo convento che sorse accanto alla Chiesa di San Nicola. In tal modo, venne realizzato, all’interno della città, un complesso costituito da un edificio di culto pre-esistente e da un nuovo convento, posto sotto il titolo di San Francesco. La scelta compiuta dai Frati Minori di cambiare sede e trasferirsi tra le mura cittadine è segno di una crescita della loro importanza nell’ambito pastorale e sociale della comunità locale.

Tale dato è confermato da alcuni documenti del XIV secolo che attestano l’intervento dei Pontefici in contrasti sorti tra il Clero secolare e gli Ordini mendicanti della diocesi di Trani a causa di un intenso operato dei religiosi che ledeva l’attività e i diritti pastorali del clero locale. Infatti, già nella concessione del 1323 compiuta da Giovanni XXII ai Francescani, in cui si autorizzava la costruzione di un convento con annessa cappella nel territorio di Corato, il Papa si raccomandava di non intaccare i diritti della chiesa parrocchiale.

La crescita della posizione pastorale dei Frati Minori all’interno della comunità coratina permise loro di ricevere, probabilmente, una serie di lasciti e offerte, che andarono ad incrementare le loro risorse finanziare. Come ci attesta il documento Catasto Onciario del 1754 (riportato parzialmente da Pasquale Tandoi nel suo libro “Corato nel ‘700”) sappiamo che la comunità dei Conventuali in quel periodo era formata da 13 frati e possedeva numerosi beni immobili, “centinaia di vignali di terre ed orti, più di 200 crediti” e vari animali.

Durante il corso dei secoli XV e XVI la famiglia francescana si arricchì di nuovi ordini, nati dal desiderio di riformare lo stile di vita dei religiosi e renderlo più conforme alle scelte del loro fondatore, San Francesco d’Assisi. In tal modo, oltre al vecchio ceppo dei Conventuali, vennero riconosciuti sul piano giuridico l’Ordine dei Minori Osservanti e nel 1528 l’Ordine dei Cappuccini. Anche questi nuovi filoni del francescanesimo s’inserirono presto nel tessuto ecclesiale di Corato dando vita a dei nuovi conventi.

Pertanto, alla fine del Cinquecento in città erano presenti: una comunità di frati Minori Conventuali che risiedeva nel convento oggetto della nostra analisi; una comunità di frati Minori Osservanti, presso il Convento “S. Cataldo” (attuale Palazzo di Città); e una comunità di Cappuccini che costruirono fuori dalla città il convento e l’annessa chiesa ancora oggi denominata dei Cappuccini, ma intitolata alla Resurrezione del Signore.

Anche se la presenza dei francescani in Corato divenne più articolata, i frati Conventuali mantennero sempre la loro posizione di prestigio; infatti, attraverso la copia settecentesca dell’Inventarium Maioris Ecclesiae, Corati 1599 veniamo a conoscenza che “li padri conventuali di San Francesco di questa terra” nel 1542, a differenza degli altri frati presenti in città, ottennero delle concessioni in merito alle sepolture all’interno della loro chiesa e alle modalità di partecipazione ai funerali di ogni componente del clero e della loro stessa comunità.

All’inizio dell’Ottocento, quando il Regno di Napoli passò sotto il governo napoleonico e fu ordinata la soppressione degli ordini religiosi, il convento di “S. Francesco” venne chiuso ed i beni dell’intero complesso ecclesiastico furono incamerati dallo stato. In tale occasione (1809) venne redatto un “Inventario degli arredi ed oggetti per servizio del culto” (conservato presso l’Archivio di Stato di Bari) dal quale emerge che nella chiesa erano presenti altari dedicati a “San Francesco”, “Sant’Antonio”, al “Crocifisso”, alla “Concezione”.

Quest’ultimo altare era sotto il patronato della Confraternita dell’Immacolata Concezione che in origine aveva sede presso tale edificio di culto. In seguito alla soppressione della comunità religiosa, l’edificio conventuale venne adibito a gendarmeria, come attestano alcuni documenti presenti nell’Archivio Comunale di Corato e citati dal neo laureato Mario Piccarreta nella sua tesi di laurea “Corato nel Medioevo: città e monumenti”.

Successivamente il Convento dei Frati Conventuali e l’annessa chiesa vennero abbattuti per rendere più ampia la “piazza del mercato” e poter soddisfare, in tal modo, le esigenze della comunità cittadina che andava progressivamente crescendo.

Solo nel 1951 i Frati Conventuali hanno avuto la possibilità di ritornare a Corato, ricevendo dall’Arcivescovo di Trani, Mons. R. Addazzi, l’incarico di guidare la Parrocchia di San Francesco d’Assisi che aveva sede presso la Chiesa del Divino Amore in Via Carmine.

Quel che oggi rimane dell’antico Convento di San Francesco e della Chiesa di San Nicola si riduce a due soli elementi architettonici e ad alcuni toponimi.

Fortunatamente, l’esistenza di numerosi documenti, che attestano la presenza e la vitalità di questa fondamentale istituzione ecclesiastica nella nostra città, ci permettono di non cancellarne la memoria e anzi ci stimolano a riscoprirla. Dobbiamo, infatti, riconoscere che la non-considerazione delle tracce della nostra storia è molto spesso determinata da una non-conoscenza, ma laddove questa lacuna è colmata è nostro dovere ridare a ciò che rimane la giusta importanza.

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