Cooperative: perché non provarci?

Giuseppe Quercia e Benny Piarulli

Capitolo primo: tra economia e pace, il miracolo di Muhammed Yunus

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A Corato e nel sud d’Italia in generale il sistema cooperativo è poco sviluppato. La causa è probabilmente più addebitabile ad un particolare background culturale che ad equilibri economici.

Tratterò questo argomento dividendolo in due appuntamenti: il primo parte da molto lontano, dal Bangladesh, e intende mostrare che vi sono “altri sistemi di fare economia” con ripercussioni positive sulla stabilità e sostenibilità dell’impresa creata. Nel prossimo appuntamento arriverò all’Italia ed alla nostra Corato.

Quest’anno il Premio Nobel per la pace è un banchiere, Muhammed Yunus, nativo del Bangladesh, di formazione americana.

Un economista premio Nobel per la pace? E poi… un banchiere! Vediamo di capirci qualcosa, non prima di piantare dei paletti che devono risultare ben saldi: presupposto per la pace è l’equità e la giustizia sociale tra i popoli.
Si fa presto a parlare di equità tra popoli: ci sono di mezzo secoli di colonialismo e poi ci si mette anche la natura, con processi di desertificazione e cataclismi vari. Insomma, inutile sognare: alcune zone della Terra non potranno mai raggiungere il benessere di altre, l’equità non potrà realizzarsi.

Tuttavia il diritto delle diverse popolazioni all’autonomia economica (che non significa equità, ma è tassello fondamentale per il sussistere dello stato di pace) è un traguardo che si può ricercare, magari con la collaborazione dei Paesi più ricchi. Dunque l’intreccio tra scienza economica e pace è innegabile, anzi servirebbero più menti e meno barriere dedite a questo scopo, magari sviluppando un sistema di credito internazionale sulla scia di quello inventato dal Premio Nobel.

Yunus, in un periodo di carestia del Bangladesh, iniziò a pensare un sistema di credito snello e, al tempo stesso, sicuro (nel senso del rientro del capitale) per far ripartire l’economia che in quei Paesi è basata principalmente sull’impresa personale, l’artigianato ed il piccolo commercio.

Il microcredito (questa la sua invenzione) consisteva nel prestare a singoli individui poveri piccole somme di denaro da utilizzare per piccoli investimenti, si parla anche di poche decine di dollari. L’attuale sistema bancario non potrebbe mai star dietro a mille prestiti da dieci dollari, ancor più perché quel target di debitori non dà alcuna certezza di restituzione (ma proprio qui sta la novità di Yunus) e non possiede alcun patrimonio da usare come garanzia. Né converrebbe instradare cause legali per la restituzione di pochi spiccioli. Il problema sembra irrisolvibile.

Yunus l’ha risolto cercando aiuto nella sociologia e puntando su una caratteristica umana innata, la dignità. Yunus iniziò a prestare picoole somme di denaro agli abitanti di villaggi poveri, a condizione che essi fossero uniti in gruppi (di lavoro, di collaborazione, ecc) e si impegnassero durante incontri pubblici (anche verbalmente, badate!) a restituire il debito con piccolissime e frequenti tranche.

Muhammed Yunus diventa così “il banchiere dei poveri” e fonda la Grameen Bank. Piccola curiosità: le donne sono risultate più affidabili ed è a loro che ora sono destinate quasi tutte le operazioni di creito (95%). Molti uomini si bevevano i prestiti al bar…

Pensate a quanto semplice e, allo stesso tempo, straordinaria è l’intuizione del banchiere: se, durante una conferenza, io prendo la parola e mi impegno a portare avanti un progetto anche complesso, difficilmente verrò meno a quanto detto, ancor più perché ho parlato pubblicamente e la mia dignità è messa al cospetto di tanta gente che stimo e mi stima. Inoltre, se un membro del gruppo non riesce a guadagnare il denaro sufficiente per restituire la quota prestata saranno i membri del gruppo stesso a coprire l’ammanco. Diverso è un prestito contratto in una stanza tra due persone: la probabilità di insolvenza è molto più alta. Dunque un sistema di fiducia pubblica invece di quello dei tribunali (o della violenza, nel caso dell’usura) per assicurarsi la restituzione del prestito. Dopo una serie di cicli, il 70 per cento del denaro arriva dalle stesse persone che all’inizio hanno chiesto il prestito: il sistema, così, si autofinanzia.

Altro positivo risultato è che, forzando l’inserimento dell’individuo in un gruppo di lavoro con cui condividere ostacoli e vittorie, si favorisce la collaborazione e la creazione del capitale sociale, presupposti necessari per la sussistenza e la stabilità di un’impresa. La cooperazione di persone che sono “costrette” – in un primo momento – a collaborare per togliersi di dosso prima possibile il debito e, nello stesso tempo, instaurano uno scambio umano, produrrà le fondamenta solide di una impresa economica, più solide di quelle di un’Impresa che può nascere dall’investimento di qualche milione di dollari.

Una cooperazione tra soggetti poveri che, in un primo momento di vita del gruppo di lavoro, non si pongono il fine del profitto altissimo procapite ma di poter mangiare una ciotola di riso e, magari, potenziare poco ala volta la realtà imprenditoriale creata. Alcuni Paesi in cui questo sistema di finanziamento ha fatto breccia crescono oggi a ritmi impressionanti di PIL (6-8%, l’Italia era allo 0,1% nel 2005, con previsioni intorno al 1,5% nel 2006).

Ora focalizziamo la nostra attenzione sulla cooperazione e sul relativo modello italiano. Tra le regioni, quelle che hanno una forte presenza di cooperative coincidono con le zone in cui c’è più benessere e produzione, insomma sono la locomotiva del treno Italia.

Continua…

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