L’assistenza sanitaria a Corato 1929-1955

Pasquale Tandoi

Nel dicembre del 1929 il podestà di Corato, don Vito Gioia, scriveva un promemoria sulla necessità di costruire a Corato un nuovo…

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Nel dicembre del 1929 il podestà di Corato, don Vito Gioia, scriveva un promemoria sulla necessità di costruire a Corato un nuovo ospedale con sistema a padiglione e con la destinazione di uno di essi per il servizio del “tubercolosario”. Tali note partivano dalla constatazione delle “tristissime” condizioni in cui trovatasi l’ospedale di Corato e che potevano riassumersi in: locali inadatti, pochi letti, in tutto 21, molti dei quali in ambienti “infelicissimi” per una popolazione di circa 50 mila residenti, la maggior parte dei quali braccianti e operai e quindi nullatenenti. Data la mancanza di un idoneo sistema sanitario assistenziale, la mortalità era alta: su 1385 nati nel 1928 si erano avuti 855 decessi, con un incremento demografico di appena 530 individui.

Il cav. Gioia pensava di costruire un nuovo ospedale col sistema dei padiglioni per 80-100 posti letto, adibendo circa la metà di essi per il tubercolosario, in un padiglione a parte. La spesa per la costruzione sarebbe oscillata fra le 960 mila e 1 milione e 200 mila lire, a seconda del numero dei posti letto. Tale somma sarebbe poi ridotta di circa 200 mila lire, in quanto la cittadinanza si era impegnata con l’Amministrazione per la grande opera umanitaria, fornendo gratis mezzi di trasporto per il materiale di costruzione, mentre gli operai ripartiti nei vari sindacati fascisti si sarebbero impegnati a prestare gratuitamente parte della mano d’opera occorrente.

Il Comune sarebbe intervenuto con i suoi mezzi ordinari di bilancio, con la somma una tantum di 300 mila lire, mentre quella rimanente sarebbe stata fornita dalla Cassa Nazionale di Previdenza Sociale. Concludeva il podestà; “ A Corato, che è il paese più colpito dalla tubercolosi, si impone la costruzione di un tubercolosario a cui potrebbero confluire gli infermi dei paesi vicini; ed anche perché, data la sua l’altimetria e la sua posizione ridente, è l’ambiente più adatto per una tale istituzione.

Nel 1938 l’ospedale ampliò le sue prestazioni istituendo il servizio ostetrico-ginecologico e con la creazione di una sala di degenza per le partorienti, con una spesa da parte del comune di 12.000 lire (ridotta a 6.000 lire successivamente) annue e con l’affidamento della direzione del reparto alla dottoressa Angiola Barracchia di Barletta, con l’aiuto del dottor Luigi Patruno e di un’infermiera specializzata. L’ospedale di Corato, però, agli effetti del Decreto Regio del 30 settembre 1938 era classificato come infermeria, cioè come un istituto che accoglieva malati bisognosi di cure non specialistiche e di interventi chirurgici non “importanti”. Per questo motivo poteva avere delle sale di degenza ma non reparti dove si somministravano cure veramente specialistiche. Pertanto l’ospedale di Corato non poteva avvalersi dell’opera di una direttrice specialista come appunto era la Barracchia, che veniva a Corato una volta alla settimana a sue spese e comunque sempre pronta ad accorrere ad ogni chiamata.

Il compenso dopo un anno fu di £ 1000, e la Barracchia protestò presso il presidente della Federazione Provinciale dell’ONMI, ricostruendo tra l’altro tutto il suo impegno per il consultorio di maternità e infanzia di Corato. Mise in evidenza che la realizzazione di un tale ambulatorio a Corato si doveva soprattutto “alla fascistissima comprensione e alla benevolenza fattiva dimostrata dal podestà Giuseppe Carenza, che si era dato da fare a creare ben tre ambienti per il consultorio, il riscaldamento, un armadietto di farmaci da distribuire alle gestanti povere.

In un’epoca in cui i parti avvenivano ancora in gran parte in casa, c’era stata una media annuale dal 1938 fino al 1942 di 70 ricoveri all’anno per parti e aborti. La dottoressa Barracchia aveva effettuato 480 visite ed era impegnata nello studio dei numerosi casi di mortalità al parto o neonatale. Nella sua relazione la dirigente del consultorio sottolineava “l’instancabile attività della Fiduciaria dei Fasci Femminili di Corato” per la sua azione di assistente sociale.

Si era provveduto “sotto tutti i punti di vista alla sorveglianza igienica delle donne nei riguardi delle malattie sociali. Si era fatta propaganda per l’incremento demografico voluto da Mussolini, sia con conversazioni individuali sia con conversazioni tenete a levatrici e a “Patronesse” fasciste. Era stata curata “una sana azione di repressione degli aborti qui purtroppo molto numerosi”. La dottoressa concludeva affermando che era stato fatto tutto il possibile perché l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia “non fosse conosciuta come una istituzione idealmente perfetta, ma perché fosse apprezzata e rispettata come la più grande Opera che il Regime avesse creato. Con osservanza fascista.”*

Nel 1938 il podestà Carenza affidava al geometra Salvatore Tarricone l’incarico di redigere un progetto di sopraelevazione dell’ospedale per creare un reparto “chirurgico infettivo” con ingresso da via Solferino.

Il Commissario Prefettizio Giovanni Carcaterra subentrato a Carenza il 7 luglio 1938, in una sua relazione al Prefetto di Bari, sottolineò l’opera altamente lodevole svolta dall’ospedale civile “dove erano ricoverati ed operati ammalati poveri del comune”. Per i casi invece in cui l’attrezzatura dell’ospedale era carente e si era riscontrata una particolare gravità delle malattie o degli interventi, specie in materia oculistica e otorinolaringoiatria, non si mancava di richiedere l’intervento di specialisti o di assicurare la degenza e la cura presso le cliniche di Bari, con un onere non lieve per le finanze comunali.

Nel 1955 l’ospedale civile di Corato era in grado di fornire prestazioni specialistiche ostetrico-ginecologiche, otorinolaringoiatriche, pediatriche, oftalmiche, odontoiatriche e radiologiche e questo allargamento degli ambiti di intervento aveva portato nel 1959 il nosocomio coratino ad essere finalmente classificato come “Ospedale di 3 categoria”, in base alla legge del 1938.

*ARCHIVIO COMUNE DI CORATO – Opere Pie e Beneficenza. Ospedale civile Umberto I. Fascicolo “Reparto ostetrico-ginecologico”, 1938.

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