Art. 1: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

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Punto. Un punto pesante quanto un macigno. Poi prosegue, maestosa e sicura: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei…
Punto. Un punto pesante quanto un macigno. Poi prosegue, maestosa e sicura: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Mai, dalla sua entrata in vigore, la Costituzione è stata così in pericolo come nei nostri giorni. Non sono in discussione i primi articoli, quelli detti Principi fondamentali. Tuttavia la “Costituzione Calderoli” mina taluni fondamenti di equilibrio ed uguaglianza del popolo italiano che sarebbe molto rischioso modificare. Di questo parlerò nel prossimo appuntamento della rubrica, invitandovi a non unirvi nel pagamento della cambiale alla Lega Nord.
Torniamo all’articolo in questione. Cosa significa “fondata sul lavoro”? E perché proprio sul lavoro? Per ragioni storicamente e socialmente comprensibili: il lavoro, siamo tutti d’accordo, è un aspetto irrinunciabile, un diritto-dovere e un valore della nostra vita di cittadini; è ciò che ci assicura libertà, dignità, indipendenza economica, potere contrattuale. I grandi cambiamenti in favore di una realtà più democratica e della conquista dei diritti, inoltre, sono sempre scaturiti da prese di coscienza e richieste delle classi lavoratrici, spesso accompagnati da grandi fermenti sociali.
Ma se stiamo insorgendo (giustamente) contro il rischio di veder trasformata in peggio la nostra Costituzione, che dire di quei principi ancora ben saldi sulla carta ma in affanno nella pratica quotidiana?
E’ il caso, ahimè, proprio del primo articolo. Con quelle parole si vincolavano i politici a porre il lavoro al primo posto nella scala delle priorità di governo, si dichiarava che il lavoro dignitoso è un diritto per ogni cittadino e dunque lo Stato doveva costruire le condizioni affinché ciò avvenisse.
Le difficoltà sono state e sono di certo enormi: gli anni ’40 e ’50 ci consegnavano un’Italia del tutto affranta, profondamente divisa tra Nord e Sud, culturalmente ed economicamente. Ma proprio quel Sud, che aveva votato per la permanenza della monarchia, per la conservazione del quel precario ma pur collaudato sistema, non esitò a farsi protagonista di una poderosa ondata di emigrazione verso le terre della democrazia, alla ricerca di un non meglio definito benessere. Alla ricerca del lavoro, insomma. Braccia pugliesi, calabresi, siciliane hanno contribuito alla ripresa della locomotiva Italia.
Ed in quel meraviglioso sistema civile che è il mondo del lavoro si incrociavano popolazioni tanto diverse tra loro, si creava classe dirigente, si consolidavano le funzioni dei sindacati, i rapporti tra datori di lavoro e dipendenti, si applicavano civili forme di protesta (scioperi). Si creava, insomma, democrazia.
Ma mentre si iniziava a raggiungere una situazione di equilibrio e benessere diffuso, negli anni ’80 avvenivano importanti fatti storici, cambiamenti nelle tecnologie e nella cultura. Il mondo del lavoro ritornava a soffrire, la disoccupazione aumentava, i politici sembravano più interessati a far prevalere il proprio “io” che a risolvere quei problemi che, di fatto, ci hanno accompagnato fino ai nostri giorni. Tangentopoli docet. La tecnologia non può essere frenata, questo è incontestabile.
Ed in realtà non è certo il progresso tecnologico ad aver creato la crisi che viviamo: se è vero che i robot ed i computer sostituiscono le mansioni di decine di lavoratori, è vero anche che hanno favorito la creazione di nuove e specialistiche figure professionali. D’altro canto le grandi crisi industriali, i fallimenti, la differente competitività è dovuta principalmente a fattori politici, economici e sociali. Gli stessi che fanno del lavoro in Italia non un diritto ma una chimera per chi non ce l’ha e creano una realtà precaria per chi ce l’ha. Piuttosto punterei il dito contro le politiche della globalizzazione, la leggerezza con cui oggi si spostano enormi capitali, la spregiudicatezza con cui si svendono o si chiudono i capisaldi dell’industria italiana.
E penso anche alla nostra città. A me sembra, sinceramente, che questo sia un argomento tabù a Corato, non se ne parla. Come a voler allontanare l’idea di una crisi del lavoro qui da noi. Ed invece stiamo vivendo uno dei periodi più neri degli ultimi anni. Eclatante il caso Ferri, ma ci sono tante aziende, piccole e medie, di cui non intendo far nomi, che stanno vivendo un periodo di agonia. Chi decide di chiudere, chi di trasferire la produzione in luoghi che promettono minori spese o maggiori infrastrutture, chi riduce il numero dei lavoratori.
Questi ultimi, a Corato, non sono abituati alle grandi contestazioni, piuttosto preferiscono remare in silenzio finché la barca non sia del tutto affondata. Vi erano, fino a pochi anni fa’, ditte di confezioni tessili che davano un salario da fame alle operaie, facendole lavorare in veri e propri tuguri. A volte sentivo di notte le macchine da cucire andare a pieno ritmo in mansarde poco illuminate. Per fortuna ora la situazione è molto migliorata. Tuttavia erano poche le lamentele. Non so se giudicare tale comportamento da stolti o “francescano”. Sappiano tuttavia, i lavoratori, che godono di diritti, che ci sono istituzioni che li tutelano se solo vi si rivolgessero. La paura della minaccia “o stai zitto o perdi il posto” non fa altro che peggiorare la situazione di Corato e del Sud più in generale.
Che dire delle difficoltà che i giovani, laureati (soprattutto in certe discipline) e non, continuano a incontrare nel trovare un posto di lavoro che sia in sintonia con il loro curriculum, con le loro abilità e con i loro interessi e che, magari, dia loro modo di esprimere potenzialità e qualità nascoste? Che dire, ancora, della disperante situazione di chi ha perso il lavoro e, essendo prossimo agli “anta” o avendoli superati, rischia di non potersi più riciclare, pur avendo l’esperienza e l’energia per farlo? Che dire, infine, degli ostacoli che, nonostante le molte battaglie combattute in favore delle pari opportunità, le donne continuano a incontrare sul loro percorso professionale?
L’articolo 1 ultimamente sembra essere diventato “L’Italia è una repubblica (democratica) fondata sull’impresa”. Non si prenda questa affermazione come un ergersi contro gli interessi privati degli imprenditori. Ormai imprenditori lo siamo tutti, la situazione contingente ci obbliga ad esserlo, legalmente o in nero. Sono il primo ad ammettere che la soluzione sta nella mediazione, nel far incontrare le esigenze dell’operaio e dell’industriale, ma con un occhio di riguardo ai diritti, perché questo è il compito dello Stato. L’aveva dimenticato il Cavaliere, speriamo non lo dimentichi il Professore.
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