Comunicazione di massa e pericolo di “massificazione”

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Uno dei cardini dei processi di democratizzazione è l’accesso al sapere ed alle informazioni. Con un’accelerazione esponenziale un numero sempre…
Uno dei cardini dei processi di democratizzazione è l’accesso al sapere ed alle informazioni. Con un’accelerazione esponenziale un numero sempre maggiore di cittadini del mondo sta avendo accesso alle molteplici reti della conoscenza.
Quel colosso economico che ancora osa definirsi comunista, la Cina, sta galoppando verso una diffusione certosina dei mezzi del sapere: è di qualche giorno fa’ la notizia che è stato messo in commercio un portatile da 146 dollari, con tasti piccoli come le loro laboriose mani e una batteria che dura almeno quanto il massacrante turno medio di lavoro. Una macchina che permettesse al maggior numero possibile di cinesi di conoscere almeno l’entry level dei mezzi di calcolo e comunicazione per produrre, di conseguenza, con parametri paragonabili a quelli occidentali.
Tutto molto bello, direi in prima analisi. Libertà è partecipazione: ci sentiamo liberi perché non c’è freno alla possibilità di attingere informazioni. Riusciamo ad assistere praticamente in tempo reale ad ogni evento. Internet permette di essere parte attiva e non solo spettatori nella catena dell’informazione: si può leggere ma si può anche partecipare ad un forum o ad un concorso a migliaia di Km di distanza.
Ci sentiamo potenti.
Ma come per tutte le medaglie, anche qui c’è l’altra faccia. Il modello per cui politicamente lavoro, quello della società basata sull’eguaglianza, che dovrebbe vedere nella comunicazione spinta un suo punto di forza, ha un rischio: il conformismo. Il problema è divenuto reale e grave in quelle zone in cui si sono maggiormente avvicinati i livelli economici delle diverse classi sociali: si leggono gli stessi giornali, si guardano gli stessi programmi televisivi, si segue la stessa moda (magari lo stesso stile ma di qualità più scadente per chi ha meno soldi).
Più si raggiunge una situazione di uguaglianza economica, più i comportamenti diventano uguali. Le differenze, le peculiarità, le tradizioni vanno via via scomparendo soppiantati da una uniformità triste.
Difficile trovare differenze tra i programmi della RAI e delle TV private; ma anche tra l’abbigliamento dei giovani russi e gli inglesi; i giochi dei bambini del Brasile sono ormai gli stessi degli italiani. Le città in cui si contano maggiormente le vittime di questa malattia degenerativa sono quelli in cui meno si è sviluppato un background culturale peculiare e dunque una spiccata coscienza critica.
Corato è di certo tra queste. l’ingenerosa osservazione deriva sia dalla constatazione del basso numero di tipologie di associazioni culturali sia dall’osservazione del comportamento degli amministratori e dei ragazzi. Il programma culturale degli ultimi anni non ha puntato sulla valorizzazione della cultura locale: ha preferito presentare “il cantante della televisione”.
Siamo leader tra i paesi del circondario nell’emulare modelli televisivi spesso al limite del cattivo gusto. Tra i giovani è più conosciuta la Coca Cola che il Nero di Troia; il dialetto si sta estinguendo; il giro in auto sul Corso ha soppiantato la sana passeggiata sulla Murgia. La magliettina rosa addosso ai ragazzi e gli occhiali da sole (anche con cielo nuvoloso) hanno divorato tutte le alternative cromatiche che un tempo rallegravano le bancarelle del mercato.
Chi ha le capacità ed i mezzi per comunicare (giornali, siti internet, ecc) non sembra sforzarsi più di tanto per creare alternanza, critica, controproposte: i titoli sono assolutamente identici per tutti i massmedia, gli interventi dei cittadini quasi assenti, finanche alcuni giornalisti sono in comune tra le varie testate. Sembrano tanti spezzoni di uno stesso film, con lo stesso regista.
Le Pro Loco d’Italia fanno del proprio meglio per riportare l’attenzione sui simboli storici e caratterizzanti (divenuti attrattiva turistiche), per sottolineare le differenze, ma nulla possono contro lo strapotere economico delle multinazionali che impongono a colpi di pubblicità i propri prodotti, tutti uguali, in tutte le parti del mondo. Internet, forse, vista la relativa semplicità nel mettere in piedi un sito, potrebbe rappresentare l’antidoto al problema. Ma è tutto da dimostrare: senza soldi è difficile far girare il proprio progetto, almeno che l’idea non sia davvero geniale.
Il conformismo, dunque, che è una inevitabile malattia di crescita delle moderne società democratiche, può diventare la loro malattia mortale: una massa di persone che pensano, gioiscono, si affannano e vivono tutte nello stesso modo e seguendo gli stessi modelli, è terreno fertile per un ulteriore processo di arretramento culturale ed impoverimento morale.
Per non parlare dell’insostenibilità di taluni modelli: se la Cina decidesse all’improvviso di abbandonare il miliardo di biciclette e sostituirle con altrettante automobili, onnipresenti sui canali della pubblicità, i dettami di Kioto non servirebbero più a nulla con buona pace degli ambientalisti.
Chiudo con un pensiero di Guglielmo Minervini, giovane politico di Molfetta, attuale Assessore della Regione Puglia. Per quanto sia un pensiero non positivo per la nostra Italia, il fatto che sia stato scritto da lui, uomo di nuova impostazione politica, rappresentante del cambiamento e critico verso il conformismo politico, ci lascia sperare in un futuro migliore.
…alla coscienza non è stato ancora riconosciuto pieno diritto di cittadinanza nella cultura italiana. Adeguarsi è più importante che convincersi. Adattarsi è meglio che crederci. Stare nella fila conviene più che staccarsene e restare in sordina espone meno che prendere la parola. In fondo, ciò che conta davvero non è un pensiero, ma che a pensarlo siano in tanti. La maggioranza. Gli altri. La “gente”. Lo sappiamo, la cultura italiana educa al conformismo…
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