Arrivano i briganti

Pasquale Tandoi

Nel 1861 il Parlamento del nuovo Regno d’Italia fu nei primi tempi scarsamente informato su quanto stava avvenendo nel Meridione. La rivolta…

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Nel 1861 il Parlamento del nuovo Regno d’Italia fu nei primi tempi scarsamente informato su quanto stava avvenendo nel Meridione. La rivolta sociale dei contadini, semplicisticamente definita come fenomeno di criminalità comune, interessò inizialmente solo il Ministero degli Interni. Soltanto alcuni deputati meridionali della Sinistra mettevano in evidenza nei loro interventi in Parlamento che il fenomeno del brigantaggio aveva più profonde radici economiche e sociali e su loro insistenza fu istituita una Commissione Parlamentare d’Inchiesta, il cui relatore fu il deputato moderato Giuseppe Massari.

Nella relazione letta alla Camera nel maggio ’63, il brigantaggio fu considerato il sintomo di un male antico e profondo, conseguenza della miseria in cui vivevano i contadini nullatenenti. I rimedi a lunga scadenza proposti dalla Commissione erano numerosi e dovevano mirare a migliorare dalle radici le condizioni dei contadini e del Sud in generale: istruzione pubblica, equa suddivisione delle terre demaniali, lavori pubblici, sviluppo delle vie di comunicazione. Un programma moderato che rimarrà per molti decenni sulla carta.

L’esigenza immediata era invece quella di legalizzare la repressione. La legge antibrigantaggio del 5 agosto 1863 istituiva i tribunali militari, imponeva l’immediata fucilazione di quanti si fossero opposti con le armi alla forza pubblica, dava la facoltà di inviare a domicilio coatto coloro che fossero sospettati di complicità. Molti la giudicarono “una legge di sangue”. Nel biennio 1863-65 ci furono 2118 condanne per brigantaggio, molte delle quali a morte.

Alla fine del 1862 troviamo qualche nome nuovo di coratini tra i briganti. Il 3 dicembre la banda dell’andriese Riccardo Carbone, forte di 25 uomini armati e a cavallo, assaltò la masseria di don Antonio Tannoia di Andria. Derubate alcune pelli, i briganti poche ore dopo si allontanarono e nel pomeriggio giunsero alla masseria Troianello tenuta in fitto dal coratino Michele Lotito, che fu catturato dai briganti e trascinato con loro. Nella banda di Carbone furono riconosciuti i coratini Luigi Di Gennaro, soprannominato “Pupo”, Antonio De Vito e Luigi Terrone. Nel mese di febbraio 1863 la guardia Nazionale di Corato ebbe un conflitto a fuoco con la banda Carbone. Nella sparatoria Luigi Di Gennaro fu ferito, arrestato e quindi spedito nel carcere di Trani dove morì qualche settimana dopo. Luigi Terrone e Antonio De Vito riuscirono a scamparla.

La sera del 19 marzo 1863 circa sessanta briganti, capeggiati da Giovanni Coppa, Giuseppe Caruso e Ninco Nanco, giunsero alla masseria Madonna Laura, detta anche Taverna Nova di Sopra, nel territorio di Ruvo ed appartenente a Luigi De Benedictis di Corato. Pernottarono lì e il mattino seguente, dopo aver fatto man bassa di viveri e biada per i cavalli, sequestrarono Cataldo De Benedictis, giovane figlio del padrone, che si trovava alla masseria per controllare il lavoro dei salariati. Il capobanda Giovanni Coppa scrisse un biglietto di riscatto al padre del giovane chiedendo la somma di tremila ducati, due collane d’oro, vino, due pacchi di sigari e dieci rotoli di maccheroni, minacciando, in caso di adempimento, di “sacrificare” il figlio e distruggere la masseria.

Quella stessa mattina i briganti Coppa e Caruso si recarono alla masseria Taverna Nova di Sotto, di lì poco distante e condotta dal coratino Michele Patruno. Qui sequestrarono il figlio Pasquale, diciottenne, e dopo averlo percosso col calcio del fucile e schiaffeggiato, lo condussero alla masseria del De Benedictis e poi scrissero al padre Michele un biglietto di riscatto dello stesso tenore, in cui minacciavano di fargli pervenire la testa del figlio, se non avesse esaudito le loro richieste. I biglietti furono consegnati a due salariati della masseria con l’incarico di recapitarli a Corato dai rispettivi genitori dei due malcapitati giovani. Ai due messaggeri fu raccomandato di tornare alla masseria assolutamente entro le ore ventidue.

Qualche ora dopo, però, i briganti videro sopraggiungere la “truppa”, cosicché montarono a cavallo e si diedero a precipitosa fuga, dopo aver costretto il Patruno e il De Benedictis a seguirli. Giunti preso lo Iazzone incontrarono un certo Giuseppe Nicola Fiore il quale venne subito bloccato e, soprattutto per le insistenze del brigante coratino Luigi Terrone, che faceva parte della comitiva banditesca, fu obbligato ad andare con loro. Nei pressi della masseria Pennacchio ci fu da lontano uno scambio di fucilate tra i briganti da una parte e le Guardie Nazionali, comandate dal coratino Giovanni Tarantini, e i soldati dell’esercito dall’altra. I briganti presero allora la via della masseria Franchini in tenimento di Altamura. Ma qui arrivati, si trovarono contro altre Guardie Nazionali e altri soldati della truppa. Dopo un breve tentativo di resistenza, i briganti ripresero la fuga. I tre sequestrati, che in tutti questi spostamenti e nella confusione dello scontro armato erano rimasti indietro, furono raggiunti dai soldati i quali, inferociti per la morte di un loro commilitone e credendoli briganti, ammazzarono il De Benedictis e il Fiore e ferirono gravemente il Patruno, che più tardi fu portato nelle carceri di Altamura. In seguito la sua situazione fu chiarita ed egli potè tornare a Corato, ferito ma libero.

Il mese di luglio vide protagonista di una serie di incursioni il brigante coratino Michele Lotito detto Tabarrano. La sua impresa più ardita fu il sequestro del giovane 17enne Giacinto De Benedictis, figlio di Michele proprietario della masseria Torre Freddizza. Complice di questo sequestro fu il massaro Gaetano Piccione che indicò ai briganti il nascondiglio dove si era rifugiato il ragazzo all’arrivo dei briganti. Il ragazzo fu portato via e rilasciato dopo tre giorni, in seguito al pagamento di un riscatto di 90 ducati. I tre briganti, però, non ebbero modo di gioire a lungo per la loro impresa, perché si scontrarono con le Guardie Nazionali comandate da Giovanni Tarantini, furono catturati e fucilati a Spinazzola. Il giorno seguente anche il massaro Piccione fu arrestato con l’accusa di complicità o, come si diceva allora, di “manutengolismo” con i briganti.

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