13 febbraio 1503: la disfida di… Corato

Pasquale Tandoi

Come in tanti sanno nella Disfida di Barletta ci fu anche un qualche coinvolgimento di Corato. Vediamo cosa avvenne. La complessa situazione…

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Come in tanti sanno nella Disfida di Barletta ci fu anche un qualche coinvolgimento di Corato. Vediamo cosa avvenne.

La complessa situazione politica, dinastica e militare, a livello europeo, che precedette il famoso certame cavalleresco di Barletta, vide il suo antefatto principale nel patto segreto di Granada dell’11 novembre 1500, quando il re di Spagna Ferdinando il Cattolico e il re di Francia Luigi XII si accordarono per una spartizione del Regno di Napoli. Alla Spagna sarebbero andate la Puglia e la Calabria, alla Francia la Campania e gli Abruzzi. Anche il papa Alessandro VI Borgia acconsentì alla spartizione, autorizzò i Francesi ad entrare in Italia e ricevette in cambio per il figlio Cesare il ducato di Valentinois. Dopo un’eroica resistenza a Capua, le truppe del re di Napoli Federico d’Aragona si arresero: il re prima si rifugiò ad Ischia, poi rinunciò al trono e si consegnò al nemico. Iniziò così l’occupazione del Mezzogiorno da parte di Spagnoli e Francesi.

Il comandante delle truppe francesi, il conte di Nemours, completò l’occupazione della Campania, poi si spinse nella Capitanata e conquistò il castello di Cerignola, quindi spostandosi più a Sud occupò nel settembre del 1501 Minervino, Ruvo, Corato e Bisceglie. Il comandante delle truppe spagnole Consalvo da Cordova, a sua volta, risalendo la Calabria dalla Sicilia, espugnò Taranto, poi si impossessò di Andria e di Canosa. Fra i due comandi militari sorsero ben presto le prime dispute sull’interpretazione da dare al trattato di Granada, che si trasformarono in scaramucce e infine sfociarono in guerra aperta. Ormai le nostre contrade erano percorse in lungo e in largo da truppe francesi e spagnole, con grande preoccupazione degli abitanti, a cominciare dai ricchi e potenti feudatari, ai quali importava poco chi prevalesse, purchè non a scapito del mantenimento delle proprie prerogative.

Ci furono dei tentativi di dirimere pacificamente le questioni dei confini, ma inutilmente. Anzi i Francesi continuarono nelle loro occupazioni con la conquista di Atripalda e successivamente sottrassero Canosa agli Spagnoli, mentre questi stabilivano il loro centro operativo in Barletta.

Fra i vari scontri tra Francesi e Spagnoli è da segnalare quello del 15 gennaio del 1503 quando il capitano spagnolo Diego de Mendoza, alla testa di 300 cavalieri diretti a Lavello, in un tratto di campagna fra Ruvo e Corato, attaccò la retroguardia dell’esercito francese in marcia verso Canosa, guidata da Charles de La Motte. La provocazione fu ancora più sferzante perché a comandare la colonna era il duca di Nemours in persona. Dopo un iniziale sbandamento dovuto alla sorpresa, i cavalieri francesi si riebbero, anche perchè erano sopraggiunti a dar man forte i comandanti Lapalisse e Forment, il primo a capo del presidio di Ruvo, il secondo a capo di quello di Corato. Sembrava che lo scontro si fosse esaurito ma La Motte volle inseguire gli Spagnoli fino a Barletta e così, invece di scompaginare i nemici, i Francesi subirono delle perdite e furono messi in fuga e lo stesso La Motte fu fatto prigioniero. Erano i prodromi della disfida.

Durante la cena fra nobili spagnoli e prigionieri francesi, cui erano presenti anche cavalieri italiani come Prospero e Fabrizio Colonna al servizio degli spagnoli, venne lanciata la sfida agli italiani dal capitano La Motte che riteneva i cavalieri italiani pavidi e incapaci. In un primo momento si scelse l’11 febbraio come giorno della sfida, poi siccome era sabato e i “Francesi avevano la divotione“, si scelse il 13 e come terreno della sfida, “il loco fra Andria e Corato sulla strada del tratturo“.

Scelti i nomi dei tredici cavalieri per parte, fu stabilito, a garanzia della sfida, che due ostaggi francesi dovevano recarsi nel presidio spagnolo di Andria e due ostaggi italiani a Corato, nel presidio francese. Ma poiché qui si era verificato qualche caso di peste, gli ostaggi, su richiesta di Ettore Fieramosca, andarono a Ruvo. All’alba del 13 i due gruppi, dopo aver assistito ad una messa solenne a Ruvo e ad Andria, si diressero verso il luogo della disfida. Il luogo, come si legge in una lettera di La Motte ad Ettore Fieramosca inviata il 5 febbraio, era in un leggero avvallamento della pianura a cinque chilometri da Andria e a sette da Corato: era un luogo già noto perché qualche mese prima si era svolto il duello fra il nobile spagnolo don Alonso Sotomayor e il nobile cavaliere francese Pierre Bayard, il quale uccise il suo rivale.

Questo campo, ancora oggi chiamato di S. Elia, faceva parte del territorio di Trani.

Ad un miglio dal luogo del combattimento i cavalieri si incontrarono con i giudici della contesa, coi quali furono concordate le regole dello scontro. Si portarono poi sul luogo della disfida, circoscritto il giorno prima da un solco che delimitava un campo di circa duecento metri.

Tirava quel giorno un fortissimo vento che sollevava turbini di sabbia e terra e benché la sfida non fosse aperta alla partecipazione popolare, salvo i giudici e taluni nobili in rappresentanza delle parti contendenti, una gran folla di cittadini, soprattutto barlettani, andriesi, tranesi, ruvesi e coratini erano lì intervenuti per assistere ad un tale avvincente spettacolo cavalleresco.

L’esito del combattimento è a tutti noto. Il ritorno dei cavalieri italiani a Barletta fu trionfale, con spari, lumi accesi alle finestre, grida di Viva Italia Viva Spagna, riti di ringraziamento e grandi bevute di vino.

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