La fortuna

Dino Patruno

Non sono nato a Corato. I miei genitori, entrambi coratini, appena sposati si trasferirono al nord per motivi di lavoro e fu così che in un caldo…

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Non sono nato a Corato.
I miei genitori, entrambi coratini, appena sposati si trasferirono al nord per motivi di lavoro e fu così che in un caldo pomeriggio di giugno del 1964 venni alla luce in un’amena località della riviera ligure.

Negli anni successivi fino a quando non rientrammo a Corato nel 1975, crebbi con il mito di un paese lontano e magico, abitato da persone speciali con le quali si faceva sempre festa e dove i bambini avevano diritto a mille privilegi.

Infatti, quasi ad ogni rosso del calendario, i miei genitori si precipitavano al paese natio ed io mi trovavo improvvisamente catapultato in un mondo altro, diverso, popolato da nonni, zii sempre più numerosi, cuginetti ed amichetti in quantità, con i quali si prendevano abitudini nuove che presto diventavano riti irrinunciabili. Come ad esempio la passeggiata in villa con il nonno per dar da mangiare alle “papere” della Montagnola; le interminabili partite a pallone in strada con bambini sempre diversi; le grandi giocate a “briscola” fino a tarda sera; la scoperta di giochi assolutamente sconosciuti come “u t’ppilecchie” o “scariche o botte”.

Ma uno in particolare rimane il mio ricordo preferito di quegli anni. Capitava spesso che ai nonni si facesse un’improvvisata: un po’ per fare loro una sorpresa, un po’ per non “farli stare in pensiero” sapendoci sulla strada.

In particolare mia nonna materna, appena smaltita la gioia nel rivederci dopo tanto tempo, si preoccupava di sfamare gli stanchi viaggiatori e anche se colta di sorpresa non si perdeva d’animo e subito provvedeva con il cibo che a noi bambino faceva più piacere e cioè “r’ strascinate” fatti rigorosamente in casa, una tradizione che mia madre, donna di città, aveva già tralasciato. Noi bambini ci piazzavamo subito nei pressi della madia, dove si muovevano rapide le mani della nonna al lavoro, cercando di renderci utili: versando l’acqua nella semola mentre nonna impastava, cercando di trarre improbabili orecchiette dalla massa scartata, disponendo in ordine “r’ strascinate sope’ o tuocche” per farli asciugare una volta terminata la lavorazione.

Alla fine, chissà perché, avanzava sempre un pezzo di massa più grossa del normale, dal quale la nonna traeva una smisurata orecchietta alla quale attribuiva un valore speciale, scaramantico e che proprio per questo chiamava “FORTUNA”. Da quel preciso momento la Fortuna diventava il vero oggetto del desiderio di tutti i bambini presenti e per la verità anche di qualche adulto.

La nonna, sapendo bene di aver creato un’attesa incredibile, cercava di guidare sapientemente la FORTUNA quando scodellava la pasta cercando di accontentare ora l’uno ora l’altro nipote e a volte anche qualche figlio quando riteneva che questi meritasse un aiuto dalla sorte, anche se giurava e spergiurava sempre di non aver visto in quale piatto l’agognato cappelletto fosse scivolato.

E così, ricevuto il piatto, rimescolavo furiosamente col cucchiaio quelle orecchiette fumanti ancora prive di condimento alla ricerca della FORTUNA e appena ne intravedevo la sua forma sproporzionata la portavo subito alla bocca per il timore che lo stesso destino che me l’aveva donata potesse bruscamente ripensarci: non di rado la nonna infatti, probabilmente influenzata dai pianti dei più piccolini, apportava sostanziali quanto pericolose variazioni alle portate, sottraendo o aggiungendo pasta alla bisogna ai piatti già in tavola.

Pertanto, ad evitare inutili rischi, masticavo immediatamente quel pezzo di pasta troppo grande per la mia bocca da bambino e mentre gli altri commensali cercavano inutilmente nel proprio piatto, io felicissimo avevo quasi ingoiato quell’enorme “strascinate” stopposo di semola bollente, scondito ed acquoso, ma che per me aveva il soave sapore della FORTUNA, il sapore unico di … Corato.

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