Vale la pena scriverne
Questa settimana, in redazione, abbiamo fatto quello che si fa ogni settimana: ci siamo confrontati per capire su cosa valesse la pena scrivere per questo editoriale. Sul tavolo c’era il Venezuela, con una tragedia lontana solo sulla carta perché a Corato, quando si dice Venezuela, non si parla mai davvero di un Paese straniero. Sul tavolo c’era anche la storia bellissima di Antonella Leone, una donna di 71 anni che è tornata tra i banchi e si è presa la maturità, ricordandoci che certi sogni non solo non hanno scadenza, ma a volte arrivano in ritardo solo per fare più rumore. Sul tavolo, naturalmente, c’erano anche le auto incendiate. Ancora. Due veicoli distrutti dalle fiamme, facendo salire a 22 il bilancio dei mezzi andati in fumo dall’inizio dell’anno.
A quel punto un collega ha detto una cosa che mi ha strappato una risata. Poi, subito dopo, mi ha fatto passare la voglia di ridere: “Non ne vale la pena. Sulle auto incendiate puoi scrivere anche la prossima settimana. O il mese prossimo. Tanto ricapiterà”.
Il pezzo potrebbe anche finire qui, con quella frase che potrebbe apparire cinica, anzi che in realtà cinica lo è. Ma il cinismo, certe volte, non inventa niente: si limita a verbalizzare quello che tutti abbiamo già cominciato a pensare senza avere il coraggio di dirlo. Il problema non è che a Corato brucino le auto. Il problema è che ormai lo diciamo con il tono con cui si parla del caldo a luglio, dei parcheggi introvabili o delle buche che tornano dopo ogni rattoppo. Siamo arrivati al punto in cui una macchina incendiata diventa meno sorprendente di una macchina parcheggiata bene.
Ma proprio per questo vale la pena scriverne. Non perché un editoriale possa spegnere un incendio, trovare un colpevole o proteggere una macchina parcheggiata sotto casa. Vale la pena scriverne perché il giorno in cui ventidue mezzi bruciati diventeranno soltanto una notizia comoda da rimandare alla settimana successiva, il fuoco avrà già vinto due volte: prima sulla lamiera, poi sullo stupore.
Il bello, si fa per dire, è che non possiamo nemmeno concederci il lusso consolatorio di un profilo. Il “piromane solitario con il cappuccio”, la “banda del tanicone”, il “club segreto degli accendini”: sarebbe tutto molto comodo, persino narrativamente ordinato. Un volto, una mano, una matrice, sipario. Sappiamo però una cosa, e basta già a rovinare il sonno: il fenomeno continua. E continua con una tale regolarità che si ha la netta impressione che nel subconscio di questi balordi covi il bisogno di venire smascherati.
E quindi? Nessuno pretende “CSI Corato”, investigatori con gli occhiali da sole calati sulla scena del crimine e il tecnico che trova il colpevole da un’impronta lasciata su un cerino. Nessuno pretende la sigla americana, la lavagna piena di fili rossi, l’agente tormentato che in tre quarti d’ora risolve il caso mentre beve dalla tazza pessimo caffè americano. Ma almeno il metodo, quello sì. Almeno la sensazione che ventidue roghi non vengano trattati come ventidue pratiche separate, ventidue notti sfortunate, ventidue fascicoli destinati a dormire meglio delle auto parcheggiate sotto casa.
Telecamere, tracciati, orari, percorsi di fuga, eventuali acceleranti, zone ricorrenti, proprietari dei mezzi, precedenti, minacce, immagini private, varchi, distributori, movimenti sospetti. Tutto quello che in una serie americana verrebbe proiettato su uno schermo gigante, qui può stare benissimo su una scrivania, purché qualcuno lo guardi davvero. Non serve la spettacolarità. Serve la pressione. Non serve il colpo di teatro. Serve il fiato sul collo.
A Corato, invece, il rischio è l’impressione opposta: una specie di impunità diffusa, reale o percepita, che è già una sconfitta. Quando un fenomeno si ripete così tante volte, la domanda non è più solo “chi è stato?”. Diventa inevitabilmente anche un’altra: “quanto è facile, oggi, farla franca?”.
Oggi non possiamo più permetterci di fare finta che il problema sia solo delle auto. A bruciare, ogni volta, è qualcosa di più della lamiera: è l’idea elementare che sotto casa debba esserci una strada. Non una miccia. Ed è anche l’idea, ancora più elementare, che chi accende quella miccia debba cominciare seriamente ad avere paura di essere preso. Il giorno in cui accadrà, allora sì: quella sarà una notizia che varrà davvero la pena scrivere.
Commenti
Hai detto bene Fabio.
Purtroppo questa Amministrazione ha anestetizzato Corato che ormai è un casino generale. Ma la cosa che fa più rabbia è che alla maggior parte dei Coratini tutto questo gli scivola addosso. Pochi si interessano della cosa pubblica. Il resto : DORME.
Il Sindaco…? Non ne parliamo… Ma a qualcuno (marpione della politica Coratina) questo Sindaco gli sta bene…
Il Coratino è di comodo.Non li frega nulla neanche se li incendia l’auto.Non è affar suo.Può capitare
Sagge parole, spero arrivino alla coscienza di chi di dovere, ne è valsa la pena scriverle
Gentile signor Ferrante come là si può contattare?
Nemmeno lei ha il coraggio di dire che sembra davvero strano che solo a Corato le forze dell’ordine non riescano a individuare i colpevoli e innescare una graduale riduzione di questo reato. Perché in altri comuni le indagini vanno a segno? Siamo circondati da telecamere, microspie da tutte le parti, virus sentinella nei telefoni e ormai se ci accendiamo una sigaretta suona l’antifurto. Ma non si riesce a capire il colpevole di quegli incendi.
Mah…