Pericolo di morte

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Qualche settimana fa, leggendo su Repubblica una frase del generale Vannacci, l’ho archiviata senza processo: delirio da colpo di sole. Diceva così: «Se mi entri in casa, rinunci al diritto alla vita». Con tanto di cartello da inchiodare alla porta, “pericolo di morte”, come sui cavi dell’alta tensione. L’ho letta, ho sorriso, ho pensato alle magliette che certe uscite fanno vendere, e sono passato oltre. Ero tranquillo. Ero sereno. Ero avvolto da quel tipo di sicurezza che dura esattamente fino a quando la realtà non bussa alla tua porta.

Giovedì scorso, in via Don Minzoni, quella realtà ha bussato davvero ad una porta. «Zia, sono io, aprimi». La zia ha aperto, quella voce poteva essere di chiunque: un nipote, un parente lontano. Si sa, a una certa età i volti cominciano a somigliarsi tutti. Sono entrati in due, con la busta della spesa in mano e il sorriso già stampato in faccia. Abbracci, saluti, la commozione per tutto il tempo passato. Un tempo che in realtà non era mai passato, perché quei due la padrona di casa non li aveva mai visti prima.

Sono le sette di sera. In casa due anziani soli: lui che cammina a fatica, lei con le fragilità dell’età. I figli non li lasciano quasi mai soli, ma quel giorno sì, per un’ora, e comunque con gli occhi addosso: le telecamere, il collegamento sullo smartphone, la tranquillità moderna di poter vegliare ogni cosa a distanza. Salvo poi scoprire, proprio da quello schermo, che vegliare a distanza significa anche vedere tutto e non poter far nulla.

È lì, proprio su quel telefono, che i figli vedono entrare i due sconosciuti. Capiscono subito cosa sta succedendo e fanno l’unica cosa che si può fare: chiamano il 112. Il 112: un numero dietro il quale non c’è più il carabiniere che alza la cornetta ma una centrale che dovrebbe ascoltarti, capire in fretta che si tratta di un’emergenza vera e passarti a chi può soccorrerti in fretta. È nato proprio per questo, il 112, per non lasciarti mai solo con la parola “arrangiati”. Invece, ci raccontano i familiari, dall’altra parte arriva una frase sola ed impietosa: «Non abbiamo pattuglie disponibili».

Da lì in poi cominciano sette lunghissimi minuti che non si augurano a nessuno. Mentre i figli guardano in diretta impotenti, in casa entra un terzo uomo. Nel frattempo i primi due intrattengono gli anziani, li accompagnano sul balcone e li annegano nei convenevoli. Ci sanno fare. Il terzo va dritto in camera da letto a cercare ciò per cui erano lì: i soldi, gli ori e il poco che si mette da parte in una vita intera. Poi nota le telecamere e subito ne stacca una. Un attimo prima che il collegamento salti, i figli giocano l’ultima carta a loro disposizione: attivano il microfono e cominciano a urlare dentro la casa, da lontano, con la voce che esce dagli altoparlanti come da un incubo, una specie di pronto intervento in smart working: lo Stato non può arrivare, arrangiatevi con il wi-fi.

Per fortuna ha funzionato. Le grida spezzano la scena. I tre si sanno scoperti e fuggono. Senza portare via niente.  E qui, se le cose sono andate come le raccontano i familiari, una cosa va detta senza anestesia: quei figli non chiedevano di tirare giù un gatto da un albero. Non segnalavano un motorino in doppia fila o un pallone finito sul balcone. Tre sconosciuti erano in casa di due anziani e tutto poteva succedere. Più che una richiesta d’intervento, era il trailer perfetto di ciò per cui il numero d’emergenza è stato inventato.

Il giorno dopo, guarda il caso, si è insediata Rossana Riflesso, la nuova prefetta di Bari, con parole giuste e difficili da contraddire: la sicurezza non è solo una questione di divise. Ha ragione, sul serio. Solo che nella stessa settimana in cui a Bari lo si spiegava, in via Don Minzoni una famiglia scopriva che qualche volta è esattamente una questione di divise. Di una divisa che arriva. E che quella sera non è arrivata.

Restano le domande dei figli, che valgono più di qualsiasi articolo di giornale: e se li avessero picchiati? Possibile che alle sette di sera non ci fosse una pattuglia? Chi dobbiamo chiamare, quando abbiamo bisogno di soccorso? Non lo so. So solo che quella sera è andata bene per un soffio, e un soffio non è una politica di sicurezza. Questa volta in gioco c’erano un cassetto di ori e dei contanti. La prossima volta potrebbe esserci qualcosa di più prezioso e che non sta in un cassetto. E immaginate la stessa, identica risposta: «Non abbiamo pattuglie disponibili».  Quella frase smette di essere un disservizio e diventa una condanna a morte.

Ed è a quel punto che sono tornato a quella frase che avevo archiviato come un delirio estivo. L’ho riletta. E mi sono spaventato, perché non mi sembrava più così folle. Continuo a pensare che Vannacci abbia torto, che una comunità in cui ognuno appende alla porta il proprio “pericolo di morte” non sia più sicura: sia soltanto una comunità che ha smesso di esistere, sbriciolata in tante case-fortino che si guardano in cagnesco. Lo penso ancora. Ma ho paura del giorno in cui, a furia di sentirci dire «non ci sono pattuglie», gli daremo ragione senza neanche accorgercene e quel cartello sulla porta non ce  lo inchioderà un generale in cerca di magliette da vendere. Lo inchioderà chi dall’altra parte ha smesso di rispondere.

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Commenti

  • SempreNeroVerde (utente non verificato)

    L’articolo del doppia F come al solito si legge che è una bellezza.
    Alla fine però questa vicenda investe il merito della politica in maniera bipartisan. Questa destra ha fatto campagna elettorale mostrandosi e apparendo come l’ultimo baluardo della sicurezza dei cittadini per poi investire solo sulla difesa e quasi nulla sulla sicurezza delle piccol/ grandi città. Crosetto ha affermato “gli investimenti nella difesa e nella sicurezza servono a proteggere i valori democratici e la libertà delle nazioni di fronte a contesti geopolitici globali instabili.” Ci si chiede a questo punto quando questa amministrazione centrale si preoccuperà delle comunità locali e non solo di questi contesti internazionali in cui spesso vengono anche snobbati. A livello locale invece questa sinistra è troppo colpevole di inefficienza inefficacia nel palesare in contesti prefettizi/ministeriali uno stato di necessità e urgenza che consentisse all’amministrazione centrale dello stato di portare nuovi militari

  • Ss ss (utente non verificato)

    Le pattuglie ci sono.Sono ferme e si attivano solo se viene ucciso qualcuno!Questa è l’Italia.Destra e sinistra dovrebbero essere unite nel contrastare questi fenomeni.Dovrebbero volere la stessa cosa ,ordine e punizione per chi commette gravi reati.Invece la
    Politica è una cosa sporca,finta che pensa solo ad arricchire il proprio paniere.Viva la Monarchia!

    • Bepo04 (utente non verificato)

      Quando c’era la Monarchia, i Carabinieri Reali accorrevano in ogni momento!

    • Ss ss (utente non verificato)

      non si dava da mangiare a tanti caproni.CAPRA