In un campo di ulivi tra il frinire delle cicale
C’era il caldo di luglio, quella mattina del 12 luglio di dieci anni fa. Le cicale cantavano l’afa che saliva dalla campagna e dalle rotaie di un binario unico che tagliava gli ulivi tra Andria e Corato. Poi lo schianto. Un rumore assordante. Dopo, il silenzio. E ancora le cicale. Non serve raccontarla, questa storia. La portiamo dentro, come le cicatrici che raccontano qualcosa di noi. E adesso, su quel calendario, c’è una data nuova. Il 7 ottobre la Corte di Cassazione esaminerà i ricorsi. Sarà l’ultimo grado. L’ultima parola. Quella che, in teoria, dovrebbe chiudere tutto.
Dieci anni dopo.
Lo stesso tempo che serve ad un neonato per diventare un bambino delle medie, che ci è servito per portare in soffitta i dvd e riempirci di piattaforme streaming. Il tempo che è servito per vedere un binario unico diventare doppio, una stazione nuova spuntare dal nulla e trasformare la campagna tra Andria e Corato in qualcosa che assomiglia, finalmente, alla sicurezza. Il tempo di fare tutto quello che andava fatto prima. Prima delle 11.30 di quel martedì.
La giustizia, intanto, ha lavorato. Ha celebrato un primo grado e poi un appello, contando le ore di camera di consiglio e scrivendo due condanne: sei anni e tre mesi al capostazione di Andria, sei anni e nove mesi al capotreno sopravvissuto allo schianto. Nel mentre ha assolto la società che quel binario lo gestiva. Ha pesato quegli anni come si pesa la farina, con una bilancia di precisione. E adesso aspetta il 7 ottobre per dire se i conti tornano.
È il tempo dei tribunali. Lento. Un tempo che avrà le sue ragioni e i suoi codici, e che nessuno di noi riesce davvero a comprendere.
Però esiste anche un altro tempo.
Quello di Franco Caterino, che ha perso il figlio Luciano, macchinista. Aveva trentasette anni e sognava di andare a vivere in campagna. In campagna invece il suo cuore si è fermato. Il papà Franco ha descritto quello che prova con poche parole che valgono dieci anni di sentenze: «Per noi ogni giorno è il 12 luglio».
E poi c’è il tempo di Vincenzo Tedone, che aveva appena riabbracciato il figlio Francesco di soli diciassette anni ed era tornato da pochi giorni da un lungo viaggio in Giappone. Quando il padre gli indicò il cantiere della futura stazione, Francesco disse: «Finalmente un pizzico di civiltà anche qui». La civiltà è arrivata. La stazione è lì, a ottocento metri da casa sua. I treni ripartono dal 2023, Francesco no. Quando la linea ha riaperto, Vincenzo è andato comunque a guardarla ma non è salito. Voleva solo immaginare suo figlio che partiva da lì.
Questi tempi non combaciano e non combaceranno mai.
Il 7 ottobre la Cassazione potrà confermare la sentenza e restituire una verità definitiva con il timbro dello Stato. O forse potrà ridurla o rinviarla e sarà giusto così, ci mancherebbe. Una comunità intera ha il diritto di sapere, fino all’ultimo grado, perché due treni si sono trovati sullo stesso binario in una mattina d’estate.
Ventitré famiglie, invece, una sentenza ce l’hanno già. È stata pronunciata il 12 luglio 2016, alle 11.30, in un campo di ulivi tra il frinire delle cicale. Non ammette ricorso.
Commenti
Bene.
“Una comunità intera ha DIRITTO di sapere…”
Ah, ecco.