Ce lo possiamo permettere un figlio?
Non è facile la vita di noi genitori alle prese con l’educazione scolastica dei nostri figli. Quello che succede alle otto del mattino, davanti alle scuole, è l’ecografia perfetta di come il concetto di “servizio pubblico”, ovvero ciò che la scuola offre alle famiglie, si sia ribaltato costringendo di fatto le famiglie a stare al servizio della scuola.
Genitori che di prima mattina hanno già risposto a tre mail di lavoro per portarsi avanti, nonni precettati prima del caffè, bambini scaricati al volo perché alle otto e mezzo bisogna timbrare da qualche parte, madri e padri che si scambiano consegne come in una centrale operativa: tu lo prendi, io porto l’altro, oggi c’è inglese, domani piscina, hai controllato i compiti nell’app, ricordati il cartoncino, alle quattro viene la nonna, sperando che la nonna possa.
A ben vedere, non è difficile capire perché in Italia figli non se ne fanno e le culle sono vuote. Il motivo è che nessuno si è mai chiesto sul serio come aiutare ad organizzare la vita di quei genitori che decidono di farli.
La discussione sugli asili nido di questi giorni offre un esempio quasi perfetto. A Corato 35 famiglie, pur ammesse nelle graduatorie regionali, sono rimaste senza il contributo che consente di abbattere il costo della retta. Non è cosa da poco, considerando che una retta può arrivare anche a 850 euro al mese.
In Consiglio comunale sono tutti d’accordo: quelle famiglie vanno aiutate. Tutte. Poi la maggioranza boccia la mozione che chiedeva di farlo subito, con i quasi 846mila euro accantonati. Le ragioni non sono banali: tra un anno apriranno due nuovi asili, servirà più di un milione l’anno, e spendere oggi può voler dire restare a secco domani, che tradotto significa peccare di quello che Piero Angela definiva “brevimiranza”, ovvero la tendenza a pensare (e ad agire) sul breve termine, molto meno sul medio-lungo. Il vicesindaco Addario tuttavia ha usato parole rassicuranti, spiegando che nessuno resterà senza sostegno anche se purtroppo “le parole non sono vincolanti”, come ha ricordato dall’opposizione Filippo Tatò.
Nel frattempo, però, per quelle famiglie il lungo periodo arriva già il lunedì mattina quando devono andare a lavoro e l’asilo, a dispetto delle interlocuzioni istituzionali, si paga con puntualità.
Il consigliere Giuseppe Di Bartolomeo, intervenendo sulla questione, ha sollevato poi un paradosso ancora più interessante: quello delle famiglie con un Isee troppo alto per accedere facilmente ai contributi e un reddito troppo normale per permettersi senza problemi rette da centinaia di euro al mese. Spesso sono proprio famiglie nelle quali lavorano entrambi i genitori. Una mamma lo ha confermato sotto un post: nelle graduatorie pugliesi, se lavori scendi. Il nido nasce per permettere ai genitori di lavorare e finisce invece per penalizzare proprio quelli che lavorano.
E quelli che lavorano non trovano sollievo nemmeno alle elementari, dove scoprono di avere un secondo lavoro: i compiti. Gli insegnanti chiedono di seguire i figli a casa, controllare il diario, ripassare le tabelline. Giusto. Ma a che ora? Non è una battuta, ma la domanda più concreta che si possa fare sulla scuola contemporanea. A che ora dovrebbero seguirlo un papà e una mamma che finiscono di lavorare alle sette, e che devono fare anche la spesa, preparare qualcosa da mangiare e magari recuperare un altro figlio dal corso d’inglese dall’altra parte della città? Così il doposcuola diventa una necessità e naturalmente costa. Come costa il nido, o la babysitter, o quel corso d’inglese, o qualunque soluzione privata chiamata a tappare uno spazio lasciato vuoto.
Se poi allarghiamo il quadro e prendiamo in esame la scuola intesa come “edificio scolastico”, la questione diventa ancora più curiosa. In Consiglio comunale l’assessora Valeria Mazzone ha detto una cosa onesta, e per questo rara, riconoscendo con chiarezza che non tutti gli edifici dispongono ancora dell’intero patrimonio di certificazioni, mentre è in corso una ricognizione destinata a costruire una sorta di carta d’identità di ciascun plesso. Una cosa che non si era mai fatta e per questo lodevole. Ma questo significa che ad oggi non si sa ancora se tutti gli edifici scolastici siano davvero sicuri per i nostri studenti. Il che significa che oltre ai sensi di colpa per non dedicare troppo tempo all’istruzione complementare dei figli, oltre ai costi che questo comporta, i genitori sono costretti a lavorare anche con la sottile preoccupazione che il solaio possa venir giù durante la lezione.
Adesso proviamo a fare la somma. Presi uno per uno, sono disagi sopportabili ma messi in fila, diventano un conto salato. E quel conto lo fa una coppia giovane, la sera al rientro dal lavoro, quando guardandosi negli occhi si chiede se non siano stati incauti, se non abbiano fatto una follia e se quel figlio, o magari quel secondo figlio, se lo potevano davvero permettere.
Commenti
Bisognerebbe tornare alla semplicità e praticità di qualche decennio fa.
Ci siamo ingarbugliati in un sistema dal quale sarà sempre più difficile uscirne.
Ma si deve pur iniziare e provare.
Bella domanda! La risposta non può essere altrettanto bella: troppo egocentrismo, superfluo scambiato per indispensabile e poca voglia di fare sacrifici veri, dove per vero non intendo saltare la pizza del sabato sera.
Allora la domanda cambia: lo vogliamo veramente un figlio?
No, infatti siamo a crescita quasi zero.
Prima i figli erano “investimenti”, oggi intralcio alla vita da eterni teenager.
Caro Fabio, figliolo di Aldo, non si fanno figli per un solo motivo: egoismo. I figli sono visti come intralcio, come qualcosa che sottrae tempo, soldi,energia. Meglio avere un cane.
E no Dina che cacchio scrivi.Ci sono donne che vorrebbero avere un figlio ma non possono.Se giudichi verrai giudicata.Per te un figlioe’sinonimo di che?Le coppie che non hanno figli sono più integre.A differenza di quelle che ne hanno.E siccome non c’è
La pazienza,ci sono i telefoni ,le famiglie si sfasciano.Causando problemi nella testa di queste generazioni perse.
una lodevole discussione esimio Ferrante. Nulla da eccepire, Ma di questo passo credimi non arriveremo a fine secolo che l’ITALIA scomparirà o almeno una intera popolazione italica (Vannacci credo tremerebbe al solo pensiero) Che fare? L lungimiranza di cui auspica il buon Piero ANGELA è stata o sta per essere superata dalle situazioni attuali. Son falle buchi abissi nell’economia che inghiottono la vita SOCIALE del paese. Credo e mi scuso che invece tutti i rimedi vanno trovati adesso con le misure più sufficienti possibili. Ormai -LOSAPPIAMO TUTTI- la nostra Nazione si avvia ad una continua crescita di anziani-anzi-di veri e propri vecchi cui la nostra classe politica non ha pensato e continua non farlo di assisterli, così come i bebè e piu in là i futuri genitori….assisteremo sempre più spesso a sollevazioni popolari ma da parte dei..soliti..POVERI ED AFFAMATI .- LA STORIA SI RIPETE ha detto qualcuno e chissà
Dott.Ferrante se vuoi fare del male a un bambino mettilo al mondo.Non aggiungo altro