Benvenuti a Corato City
Quando ho appreso che Corato ha ottenuto ufficialmente il titolo di Città, il mio primo pensiero è stato quello che molti hanno avuto ma che pochi confesseranno.
Esticazzi?
Non per mancanza di amore verso Corato. Anzi. È proprio perché la amo che mi sono chiesto cosa cambiasse concretamente nella vita di un cittadino medio. Le buche sarebbero rimaste al loro posto. Le tasse pure. Il traffico anche. Nessuna metropolitana sarebbe comparsa improvvisamente sotto piazza Sedile. Nessun tram avrebbe iniziato a percorrere corso Mazzini. Praticamente una promozione a cui non corrisponde un aumento di stipendio: inutile. Fine della questione. O almeno così credevo.
Poi ho iniziato a riflettere sul significato della parola “città” e, devo ammetterlo, mi sono davvero preoccupato. Ma veramente pensiamo di essere pronti a essere non più un paese ma una città? Siamo sicuri? Perché una città non è soltanto una definizione amministrativa. È un modello. Un’aspirazione. Un modo di stare al mondo. Una città dovrebbe essere, tra le altre cose, attrattiva e inclusiva. E dovrebbe esserlo a partire dal proprio capitale umano, ovvero da noi cittadini.
E lì ho capito che forse ci siamo infilati in una faccenda più grande di noi. Se non volete credermi vi dico che ogni settimana c’è almeno una storia che può confermare la mia tesi.
Prendiamo l’attrattività.
Le città hanno luoghi simbolo. Piazza Navona a Roma. Piazza Duomo a Milano. Luoghi che raccontano la bellezza e l’identità di una comunità. Noi abbiamo Piazza Di Vagno, che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere il nostro elegante salotto urbano. Peccato che, più che un salotto, sembri uno di quei soggiorni appena consegnati dal costruttore: ampio, pieno di potenzialità, ma ancora in attesa che qualcuno faccia un salto all’Ikea. Inoltre, tra monopattini lanciati a velocità e guidati da giovanissimi mammasantissima, biciclette elettriche che attraversano la piazza come se stessero inseguendo una fuga al Giro d’Italia e cronache che raccontano aggressioni e violenze (l’ultima lunedì scorso ai danni di un rider), l’effetto finale è meno “centro storico” e più “esperienza immersiva“.
Siamo ancora convinti? Parliamo di inclusione allora. A dire il vero, per qualche giorno ho pensato che almeno su questo punto fossimo già pronti. La morte di Latifa Jdid il mese scorso ha colpito profondamente la nostra comunità. Nei messaggi di cordoglio, nei ricordi degli amici, nelle parole di chi la conosceva, Latifa non era descritta come una straniera, una musulmana o una cittadina di origine marocchina. Era semplicemente una ragazza di Corato. E devo confessare che, nella tragedia, quella normalità mi aveva fatto piacere. Avevo pensato: ecco, forse questa storia dell’inclusione l’abbiamo capita davvero.
Poi, qualche giorno fa, il sindaco ha portato il saluto istituzionale alla comunità islamica riunita in preghiera per la festa del sacrificio nella nostra villa comunale e… apriti cielo! Leggendo alcuni commenti sui social – dovrò smettere prima o poi – ho avuto la sensazione che nel giro di una mattinata Corato fosse diventata la capitale occidentale della Sharia. Cittadini che temevano l’islamizzazione imminente, la costruzione della Mecca in via Ruvo e, probabilmente, con un po’ di impegno, anche l’introduzione dei cammelli in Piazza Cesare Battisti. Qualcuno ha scritto addirittura “giù le mani dal parco comunale”, manco se fosse lo stretto di Hormuz sotto assedio.
Ma come? Continuiamo a pensare come se fossimo “paese”, ma ora siamo una “città” e dobbiamo guardare cosa succede nelle Città, quelle vere, quelle con la C maiuscola.
L’ho fatto. E mi sono ricreduto.
Questa settimana ad esempio a Roma, durante la festa islamica, un influencer ha protestato presentandosi con un panino alla porchetta. Anche lì si è aperto il dibattito sul “noi” e “loro”. Altro che integrazione. A Milano oltre 900 insegnanti hanno lasciato la città perché non riuscivano più a permettersi di viverci. Altro che accoglienza. A Bari i soldi pubblici destinati alla promozione del turismo pugliese sono finiti in tasche private per anni. Altro che attrattività.
La consolazione allora è che nessuna città sa davvero come si fa a essere una città. Ed è un grande sollievo. Perché questo significa che allora siamo pronti, lo siamo sempre stati. Fate dunque quello che volete: trasformate Corato in città, in nazione, in continente se lo ritenete opportuno. Tanto alla fine, comunque la si metta, purtroppo o per fortuna, tutto il mondo è paese.
Commenti
Corato diventa città = CHIACCHIERE E DISTINTIVO
Essere Città o piuttosto diventarlo nel profondo del cuore, è l’ obiettivo del sindaco neo riconfermato, Corrado de Benedittis. Se i cittadini che hanno confermato la stima e la fiducia nei suoi confronti ,insieme a quelli che non l’ hanno votato, faranno propria questa ambizione, Corato sarà un simbolo da imitare.
Essere Città non diminuirà la quantità di idiozie che produce la gente sui social.
“Leggendo alcuni commenti sui social – dovrò smettere prima o poi –”: questa è un’ottima soluzione, da Lei stesso suggerita. Ma mi rendo conto che un giornalista ha bisogno, per questioni lavorative, di attingere anche da quel mare di ignoranza.
Meno presenza sui social, più presenza fisica nelle famiglie e nei luoghi dove si incide nella “costruzione” di individui liberi e consapevoli del ruolo che dovrebbero avere in una Città. Siamo già cittadini, dobbiamo solo riscoprirne il suo autentico significato.
Bravo!