Andate e ritorno

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Questa settimana, a giudicare dalle cronache, il posto più difficile in cui trovare Corato è stata proprio Corato. Le notizie più succose hanno avuto necessità di viaggiare lontano dalla città. E se è vero, come diceva un vecchio proverbio del popolo afgano (che di viaggi ne capisce), che puoi anche lasciare il tuo paese ma non devi lasciare che il tuo paese ti lasci, queste tre storie sembrano fatte apposta per confermare tale assioma.

Sono tre trasferte molto diverse tra loro, naturalmente. Una merita gli applausi, una provoca rabbia e l’altra qualcosa che assomiglia parecchio all’imbarazzo. Tutte assieme, però, compongono una curiosa cartolina della città. Vorrei raccontarle proprio come un diario di viaggio, con un’andata e un ritorno. E partirei, inevitabilmente, dall’andata.

Il regista coratino Paolo Strippoli è andato a Venezia: Lido, Mostra del Cinema, il suo L’estranea in concorso, Leone d’Oro in palio, Jasmine Trinca sul red carpet e quel volto pulito di chi preferisce un’acqua aromatizzata a un gin tonic. Per una città che ama lamentarsi del fatto che i suoi talenti debbano sempre andare altrove per essere riconosciuti, stavolta l’altrove è quantomeno uno di quei luoghi che fanno una certa figura.

A Venezia, o quasi, sono passati anche tre coratini sconosciuti alle cronache. Insieme a un ruvese. A Marghera, per la precisione, dove avrebbero trascorso una sola notte in hotel, probabilmente per non lasciare tracce. L’indomani ancora più su, fino a Belluno, dove, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbero truffato un ottantasettenne fingendosi carabinieri e portandogli via i gioielli di famiglia. Fermati poco dopo dalla Squadra Mobile con la refurtiva in auto, avrebbero spiegato di trovarsi lì per una gita. Una di quelle risposte da evitare, a maggior ragione se dall’altra parte hai qualcuno che ha il potere di cambiarti l’itinerario.

Il Corato Calcio è andato invece a Ruvo, e si è portato dietro calciatori, dirigenti e tifosi costretti a scoprire che, nel calcio coratino, il concetto di  giocare in “casa” è diventato piuttosto elastico. Il match si è svolto a Ruvo perché il nostro stadio non è disponibile. Per carità, esiste, fa bella mostra di sé in via Gravina, ha perfino il nuovo spartitraffico e le nuovissime catene luccicanti ai cancelli. Manca però quel dettaglio che nel meraviglioso mondo della burocrazia vale più dell’erba, delle porte e delle tribune: il nulla osta. La società ha chiesto di giocare a porte chiuse: no. Ha chiesto dove allenarsi: si vedrà. Finché vinci, come contro l’Arboris Belli, la faccenda può persino assumere i contorni dell’esilio fortunato. Ma poi passano i giorni, la situazione non si risolve e la società arriva a ventilare perfino il ritiro dal campionato.

E veniamo al ritorno.

Il Corato alla fine è tornato. Ieri ha giocato al Comunale per la gara di Coppa Italia umiliando il Molfetta Sportiva. Cinque a uno. Porte chiuse, perché la pratica per consentire l’ingresso del pubblico ancora non c’è. Dopo giorni di comunicati, repliche, annunci di forfait, catene, custodi, carte e porte sbattute, almeno quelle dello stadio si sono aperte. Non per tutti, però.

I quattro del Bellunese, invece, il viaggio di ritorno lo avevano già assicurato: obbligo di dimora nel comune di domicilio e foglio di via. È scritto, è firmato. Sono gli unici, questa settimana, che giocano in casa per decreto.

Strippoli è l’unico al quale non ha molto senso augurare di tornare. Vive a Roma, il suo film sarà nelle sale dall’8 ottobre e, semmai, gli auguriamo esattamente il contrario: di continuare a partire. Più lontano possibile, più volte possibile, portandosi dietro quel pezzo di Corato che evidentemente, come nel proverbio, non lo ha mai lasciato.

Solo che manca ancora un ultimo ritorno. Quello di Corato al Corato. Una squadra può giocare una partita casalinga a porte chiuse. Ma se il suo paese la lascia, resta, in qualche modo, ancora in trasferta. E visto che ieri dagli spalti non ha potuto gridarlo nessuno, lo facciamo ora, da qui:  forza Corato! Con l’augurio che quando quelle porte torneranno ad aprirsi davvero, scopriremo che nel frattempo è tornato anche qualcos’altro. Il tifo. La curiosità. Magari perfino un po’ di appartenenza.

Dopo tante andate, sarebbe un gran bel ritorno.

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Commenti

  • Angelo (utente non verificato)

    Come tutte le cose di qualcuno e ‘ la colpa. Rendiamoci conto che non abbiamo uno stadio non abbiamo un palazzetto dello sport. Ma vi siete chiesti il perché : il filosofo e suoi seguaci ha sempre parlato di programmazione e in quasi sei anni cosa hanno programmato . La messa al bando dello sport coratino