Quindici minuti di anonimato
Qualche giorno fa, visitando la mostra dedicata a Warhol e Banksy al Castello di Barletta, mi sono fermato davanti a due frasi esposte all’ingresso una accanto all’altra. La prima era la celeberrima profezia di Warhol: “Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti”, la seconda, attribuita a Banksy, ne capovolgeva il significato: «Ognuno nella vita avrà quindici minuti di anonimato». La prima immagine che mi è entrata in testa, leggendole, è la straripante dose di minchionerie che hanno affollato commenti e social nella settimana appena trascorsa.
Cerco di spiegarmi.
Che Corato fosse una città di opinionisti a tempo pieno è cosa nota, ma che avesse perso la capacità di provare sentimenti umani è una novità. Non farò nessun riferimento a fatti o persone, ovviamente: vi basterà solo prendere lo smartphone, scrollare il vostro social preferito e farvi un bel viaggio nei gironi più cruenti dell’inferno. Non importa quanto ne sappiamo sull’argomento o quanto ci riguardi personalmente: arriva una notizia e, ancora prima di averla capita, diventiamo smaniosi di appiccare con leggerezza fuochi reali e metaforici, ignorando che i tizzoni finiranno inevitabilmente sulla testa di qualcuno. Lo facciamo con una rapidità che farebbe invidia a qualsiasi tribunale, dove almeno qualche giudice ha ancora la cattiva abitudine di ascoltare prima di pronunciarsi.
Tralasciando le solite riflessioni sullo scadimento del linguaggio pubblico, la questione non riguarda tanto la quantità delle opinioni, ma il bisogno che abbiamo di renderle pubbliche dopo aver tolto la museruola della decenza. Non sono un nostalgico, anzi!, ma in questo caso rimpiango i tempi in cui certe discussioni si consumavano tra poche persone davanti a un caffè: per carità, si dicevano anche allora cose tremende, ma le parole duravano il tempo di un espresso e rimanevano lì per sempre, sul fondo della tazzina. Oggi ogni frase sopravvive a chi l’ha pronunciata e raggiunge in pochi minuti persone che non conosciamo e che non conosceremo mai. Eppure continuiamo a scrivere reagendo agli stimoli esterni con la stessa cecità di un toro davanti al drappo rosso. Così facendo, mentre tentiamo di conquistare la nostra celebrità, ciascuno di noi contribuisce a produrre un rumore nel quale diventa sempre più difficile distinguere i fatti dalle convinzioni personali, come se la sofferenza degli altri fosse diventata il prezzo inevitabile della nostra libertà di parola.
La verità è che molte persone credono di avere un’opinione da esprimere e invece hanno solo il bisogno narcisistico di apparire. E qui torno a Banksy, che ha costruito buona parte della propria fortuna artistica nascondendo il volto. Lo hanno definito “il fenomeno più rivoluzionario dell’arte contemporanea” e il suo messaggio ha raggiunto milioni di persone in tutto il mondo senza che nessuno sappia con certezza chi sia. È una contraddizione meravigliosa in un’epoca in cui milioni di sconosciuti fanno a gara per farsi notare.
Warhol, di contro, immaginava un mondo in cui ciascuno avrebbe avuto i suoi quindici minuti di celebrità. Quel mondo è arrivato: è qui ed è ora e a quanto pare ci abbiamo preso gusto. Peccato che, mentre facciamo a gara per conquistarci i nostri, non ci salti in mente che qualcun altro, dall’altra parte dello schermo, potrebbe desiderare soltanto di riavere i suoi quindici minuti di anonimato.
Commenti
Gentile Direttore,ho letto con interesse il suo editoriale, condividendone la critica a chi confonde il desiderio di esprimere un’opinione con quello di apparire. Mi permetta, tuttavia, una piccola osservazione.
CoratoLive non è soltanto il luogo in cui questo fenomeno si manifesta, ma anche una piattaforma che gli consente di prosperare. La possibilità di commentare non è un incidente tecnico, bensì una precisa scelta editoriale, che trasforma il lettore in protagonista e alimenta l’attenzione intorno agli articoli.
Naturalmente, non la ritengo responsabile delle opinioni dei lettori. Tuttavia, tra non esserne responsabili e ignorare il ruolo dello spazio che le raccoglie esiste una differenza.
Non è un po’ singolare lamentarsi del rumore prodotto da un’orchestra alla quale si sono messi a disposizione strumenti e microfoni?Il suo editoriale è condivisibile. Forse lo sarebbe ancora di più se includesse anche una riflessione sul ruolo di chi quella piazza la organizza e la governa
Gentile lettore,
il suo è uno di quei commenti per cui vale la pena tenere aperti i commenti.
Non posso che darle ragione su una cosa: lo spazio non è neutro, e chi lo organizza non può fare finta di passare di lì per caso. Infatti non lo facciamo: leggiamo, moderiamo, e quando serve evitiamo di pubblicare utilizzando nelle nostre scelte gli stessi criteri adottati dal codice deontologico dei giornalisti.
Però mi permetta di restare sulla sua metafora: mettere a disposizione strumenti e microfoni non significa scrivere lo spartito. Un teatro che apre il palco non è responsabile di chi decide di stonare apposta. Se per evitare le stecche chiudessimo il teatro, a perderci sarebbero soprattutto quelli che sanno suonare, compreso lei.
Lei ha usato questo spazio per fare, con garbo, un’osservazione sacrosanta che può stimolare una riflessione. Mi sembra la dimostrazione migliore che la piazza serve.
Un saluto,
Fabio Ferrante
Giusto, Fabio.