Cultivar Tristezza
Il più grande errore che possiamo fare, noi che la terra non la lavoriamo, è pensare che questa storia non ci riguardi, che sia roba di campagna, di gente con le mani sporche di terra, che protesta come protestano tutte le categorie in difficoltà. Invece è una storia triste che parla anche di noi e soprattutto di cosa mettiamo nel carrello e di che città vogliamo abitare tra vent’anni.
La misura di quanto sia seria lo attesta il fatto che è riuscita a togliere il sorriso finanche a Michele Monopoli, l’agricoltore influencer che ha fatto dei social il posto dove ironizzare sulla durezza del lavoro nei campi e che, lunedì scorso, era sulla provinciale a protestare insieme agli altri e a chiedersi seriamente se convenga quest’anno tirare le olive giù dagli alberi.
Una situazione quasi surreale se pensiamo che soltanto pochi mesi fa avevamo trovato un nome bellissimo per raccontare tutto questo: Corato Cultivar Bellezza. Soltanto una manciata di mesi fa eravamo convinti che il nostro olio fosse oro. Oro verde. Oggi scopriamo che l’oro, al produttore, viene pagato attorno ai quattro euro al chilo e lo stesso olio al supermercato, imbottigliato e vestito a festa, ne costa molto più del doppio. Nel mezzo, in quel salto, ci sta tutto quello di cui bisognerebbe parlare.
Com’è successo? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono diversi fattori che andranno analizzati uno per uno; ma per citare (e non a caso) V per Vendetta dei fratelli Wachowski, se cercate il colpevole.. non c’è che da guardarsi allo specchio.
Siamo colpevoli quando prendiamo al supermercato una bottiglia sulla quale leggiamo “da olive raccolte e frante nell’Unione Europea» e la accettiamo volentieri, perché quella bottiglia costa due euro in meno rispetto alle altre con la bandierina italiana stampata sopra. Risparmiamo. A quale prezzo, però, non ce lo chiediamo mai: quello di una ricchezza enorme che si concentra sempre più in alto, nelle mani di pochi, anzi pochissimi, mentre noialtri vediamo il nostro lavoro valere ogni anno sempre meno e in alcuni casi meno della fatica che costa.
Col grano è andata uguale. Quando un paio di mesi fa Francesco Casillo dalle pagine di Forbes (che, riferendosi alla pasta, titolava “Oro bianco” a caratteri cubitali sulla sua faccia in copertina) ha dichiarato che la pasta è buona non perché è fatta di grano italiano, i coltivatori sono insorti e Coldiretti ha minacciato presidi davanti agli stabilimenti. Casillo, tecnicamente, non stava mentendo: un buon grano non diventa cattivo attraversando una frontiera e probabilmente un pacco di pasta prodotto con grano canadese costa anche meno. Ma ancora: a quale prezzo?
Qualche anno fa, per lavoro, ho incontrato gli agricoltori della filiera Dedicato di Granoro, quelli che hanno un contratto, un prezzo e una durata certi e che producono grano rigorosamente nella nostra regione. Ho visto gratitudine vera in quegli sguardi e in qualche caso perfino lacrime agli occhi mentre raccontavano cosa significasse per loro sapere che quel raccolto sarebbe stato comprato, valorizzato e pagato secondo un accordo chiaro e condiviso. Quanto oro vale tutto questo? E no, non è una marchetta: è semplicemente la dimostrazione che esistono modi diversi di stare sul mercato.
La globalizzazione ci ha insegnato una cosa meravigliosa: possiamo comprare quasi tutto, da quasi ovunque e anche al prezzo più conveniente. Si è dimenticata di aggiungere una postilla: qualcuno, da qualche parte, quel prezzo conveniente lo paga. Succede con l’olio e succede con il grano. Succede anche quando compriamo una maglietta a quattro euro su Shein e intanto in centro una saracinesca si abbassa per sempre. La sensazione che proviamo è di aver fatto un affare ma il conto, però, lo paghiamo in un’altra valuta, che è la nostra identità, e lo paghiamo a rate, senza accorgercene.
Fino al giorno in cui ci sorprenderemo di non poterci permettere nemmeno più quell’olio spagnolo, quella pasta canadese e quei vestiti sintetici arrivati da diecimila chilometri. Non solo perché costeranno troppo ma perché non sarà rimasto più nessuno, qui, a produrre l’alternativa.
Commenti
Sig Fabio condivido tranne sulla qualità del ns olio rispetto alle miscele in commercio che sono immangiabili anzi alterano il gusto dei cibi. Provate, il tutto per risparmiare qualche euro mese/famiglia ? La cosa che fa rabbia e la complicita (che avrà anche conseguenze sulle economie locali) di grossi frantoi e buyer locali corato andria Bitonto… e lo si vede sugli scaffali, delle industrie alimentari che usano olio UE lo vedi vedi sull etichetta, le mense scolastiche ospedaliere rosa ristoratori e gli oprratori turistici. WE ARE IN PUGLIA
Se tutti quei gratta e *vinci” buttati nel cestino delle tabaccherie fossero bottiglie di olio…
Spendete bene e con criterio invece di lamentarvi.