Il buono, il brutto, il cattivo

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Sarà che le pistole, da qualche settimana, sembrano andare di moda da queste parti. Un trentenne ferito a una gamba ai primi di giugno. Colpi esplosi tra le case, di pomeriggio, con i bambini ancora in strada a tirarsi gavettoni. Una pistola col colpo in canna ritrovata dai carabinieri. E una parola che la città sperava di poter archiviare e che invece è tornata a circolare, persino nei commenti dei nostri lettori: Far West.

Sarà per questo. Ma quando ho letto, qualche giorno fa, un lungo post su Facebook del maestro Domenico Molinini, è proprio a loro che ho pensato. Alle pistole. O meglio ad un film che delle pistole ne ha fatto una grammatica: Il buono, il brutto, il cattivo.

Il Buono è proprio lui, il maestro Molinini. Solfeggio al Conservatorio di Bari da prima che molti di noi imparassero a suonare i sonaglini della Chicco. È Buono non perché sia mansueto. Anzi. È buono come sono buoni certi uomini che hanno passato una vita dentro una disciplina e proprio per questo non hanno più voglia di fingere che tutto si equivalga. Uno che sa bene che tra una nota e un’esecuzione c’è di mezzo un duro lavoro, tra un evento e un progetto c’è di mezzo una visione, tra intrattenimento e cultura c’è una differenza sottile ma decisiva, di quelle che non si vedono nei reel ma si sentono nel tempo.

Il post del maestro contiene una domanda che sembra una sfida lanciata in mezzo a una piazza polverosa: «Quando un progetto può essere ritenuto di grande spessore culturale e artistico?». Spiegando poi che un assessore dovrebbe essere “un ricercatore di progetti presenti sul territorio”, come a dire “guardate che il valore c’è, solo che bisogna avere occhi abbastanza allenati per riconoscerlo”. Intorno a queste riflessioni Molinini ha costruito un piccolo trattato per arrivare a una scaricata di pallottole: perché non pretendere la costruzione di una visione? Perché lasciare che tutto venga oscurato dal sospetto degli stessi giri, degli stessi beneficiari, degli stessi affidamenti? Perché non trasformare la cultura in un terreno pubblico, leggibile, contendibile, dove chi vale possa giocarsi la partita senza dover appartenere alla compagnia giusta? Perché non affidarsi davvero al supporto di esperti, settore per settore, capaci di riconoscere i progetti che hanno spessore, storia e prospettiva?

E qui arriva il secondo personaggio, il Brutto. Il Brutto è l’attore Nicola Nocella, ma nel senso più nobile e cinematografico del termine. Il Brutto di Leone non è brutto perché vale meno degli altri; è brutto perché porta in scena la parte meno accomodante della verità, quella che si presenta con la camicia sporca di polvere e senza il profumo della diplomazia. Nocella, attore coratino arrivato a importantissimi ruoli e riconoscimenti nazionali, candidato come miglior attore protagonista al David di Donatello, senza smettere di conservare quella specie di nervo scoperto verso la città da cui si parte e a cui, in qualche modo, si resta sempre legati, sotto il post del Maestro ha scritto un commento che non è un intervento: è una porta sbattuta. Ha detto, in sostanza, che non serve, che chi deve capire non capisce, che chi non ha strumenti non può occuparsi di ciò che non è in grado di riconoscere. Parole dure, ma non nate dal disprezzo: nate da quella delusione di chi guarda la propria città abbassare l’asticella e poi sentirsi pure dire che va tutto benissimo perché “c’era tanta gente”.

E allora ecco entrare in scena il Cattivo, che in questa storia ha un nome molto meno minaccioso di Lee Van Cleef: Beniamino Marcone. Cattivo per modo di dire, naturalmente, perché il problema non è la sua cattiveria, ma il ruolo che gli è toccato nel film. Riconfermato assessore alla cultura, Marcone è diventato il volto di una critica che circola da tempo e che non riguarda semplicemente il gusto personale o la simpatia politica. L’accusa è più seria: troppi affidamenti diretti, troppi soldi pubblici passati sotto l’etichetta rassicurante della “cultura”, troppo spesso gli stessi circuiti, gli stessi beneficiari, gli stessi giri che ritornano come certi ritornelli estivi.

Però fermarsi qui sarebbe troppo comodo. Sarebbe il piacere un po’ infantile di trovare un colpevole, mettergli addosso il poncho del cattivo e sentirsi tutti più intelligenti mentre lo si guarda uscire di scena. Marcone, invece, va giudicato sul serio proprio perché non può essere liquidato con una caricatura. Non bisogna dimenticare che sotto la sua delega la biblioteca è tornata a vivere, e non è una cosa piccola: perché una biblioteca moderna non è una stanza dove il passato prende polvere, ma una piazza coperta dove una città legge, studia, si incontra, porta i figli e, qualche volta, ritrova se stessa. Il sistema museale cittadino ha preso forma, provando a mettere ordine e racconto dove prima c’erano frammenti. Il Tempo dei piccoli, Gusto Jazz, A Tubo sono eventi difficili da derubricare a semplice animazione urbana. Hanno un’idea, un linguaggio, un pubblico, una riconoscibilità. Appartengono a pieno titolo a quella zona in cui la cultura smette di essere cerimonia per pochi e diventa esperienza condivisa, senza per questo ridursi a passatempo da piazza.

Ecco allora il punto: il problema non è scegliere se stare con Molinini, con Nocella o con Marcone. Il problema è pretendere che finalmente si parlino senza travestire le questioni vere. Molinini rappresenta il rigore, la competenza, la cultura che non chiede di piacere a tutti ma pretende di essere presa sul serio. Nocella rappresenta l’inquietudine, lo sguardo di chi sa che una città senza ambizione diventa presto una scenografia per sagre con ambizioni da festival. Marcone rappresenta l’energia amministrativa, la capacità di aprire luoghi, produrre iniziative, rimettere in moto spazi che erano rimasti troppo a lungo in apnea.

Il guaio comincia quando ognuno di questi tre mondi pretende di bastare da solo. Il rigore senza popolo diventa salotto. L’inquietudine senza proposta diventa amarezza. L’energia senza trasparenza diventa potere.

Per questo Corato, se vuole davvero diventare una città culturalmente seria, ha bisogno del rigore di Molinini, dello sguardo inquieto di Nocella e persino dell’energia amministrativa di Marcone. Ma ha bisogno soprattutto di una cosa che viene prima dei cartelloni, dei post, degli affidamenti e delle polemiche: un’idea pubblica di cultura, detta chiaramente, verificata apertamente, sottratta al sospetto che dietro ogni evento ci sia sempre lo stesso tavolo apparecchiato. Una città non cresce quando appende ombrelli sopra le strade. Cresce quando, finita la festa, nessuno ha più voglia di abbassare gli occhi. E cresce ancora di più quando capisce che la cultura non è il contrario della noia, ma il contrario del vuoto. Quel vuoto in cui una pistola, vera o a salve, può sembrare a qualcuno l’unico modo per farsi sentire.

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Commenti

  • Pino (utente non verificato)

    Fabio, complimenti per questo tuo articolo ?

  • Vincenzo Biancolillo (utente non verificato)

    Fabio, complimenti! Il tono appassionato, la struttura narrativa, la forza evocativa producono quell’enfasi necessaria per leggere d’un fiato uno scritto non facile nei suoi contenuti! Risulta evidente che siamo abituati a vedere attraverso delle lenti mentali che distorcono piuttosto che migliorare la nostra visione. Dico a me stesso che è nella natura dell’essere umano. E per fortuna! Altrimenti avremmo una visione omogenizzata e non ci sarebbero i momenti di confronto necessari per crescere. Grazie.
    Vincenzo Biancolillo