Sindaco donna? No: Sindaco umano
L’istituto Winpoll di Verona, meno di un mese fa, ha interpellato 3.346 coratini. Hanno risposto in mille. E l’85% di loro si è detto favorevole all’ipotesi di un sindaco donna. La notizia è stata accolta con il tono delle grandi svolte epocali: Corato è pronta. Corato vuole cambiare.
In effetti è rassicurante scoprire che, nel 2026 e soprattutto a pochi giorni dalla festa della donna, la maggioranza degli intervistati non ritenga scandalosa l’idea che una persona di sesso femminile possa amministrare una città. Un risultato che ci avvicina con orgoglio a vincere il Nobel per la normalità.
Ma a sorprenderci, però, non è la risposta. È la domanda. Quando chiedi a qualcuno se “andrebbe bene una donna”, stai già suggerendo che il genere sia la variabile decisiva. Sati insinuando che governare sia una questione di cromosomi più che di competenze. Di fatto un sessismo all’inverso. Ed eccoci qui, a certificare con un sondaggio ciò che usando la ragione avremmo già dovuto considerare ovvio.
Quello a cui davvero dovremmo dare peso non è se il prossimo sindaco sia uomo o donna, è che sia umano, per prima cosa. Che sappia esprimere, per intenderci, la propria statura morale e, per mezzo di questa, sia capace di leggere i bisogni di tutti, giovani e anziani, famiglie e lavoratori e di saper tradurre quelle necessità in scelte concrete.
La politica, soprattutto se locale, ha bisogno di guide che sappiano guardare alle esigenze reali dei suoi cittadini: la scuola, la sicurezza, la mobilità, gli spazi verdi, il lavoro e le opportunità culturali, per citarne alcune. È un esercizio quotidiano di funambolismo tra pressioni opposte, aspettative spesso inconciliabili, vincoli economici, normative e interessi pubblici e privati che per forza di cose si intrecciano.
Non c’è formula magica legata al genere che garantisca queste qualità. Possono averle una donna come un uomo, come una persona non binaria. La differenza la fanno la sensibilità, la competenza e il senso di responsabilità.
Se Corato vuole cambiare, cambi pure. Se vuole confermare, confermi. Ma lo faccia guardando ai programmi, alla visione, alla capacità amministrativa di chi si propone. Non certo alle sue pudenda.
Alla fine della fiera, il vero progresso non sta nell’individuare un contraltare al patriarcato che ha dominato finora: non faremmo altro che rimescolare le carte dello stesso mazzo. Il vero progresso sta nel pensare che un essere umano ha valore solo per la sua capacità di comprendere e servire il prossimo.
Sto dicendo un’ovvietà? Può darsi. Ma viviamo in un tempo curioso, in cui perfino ciò che sembrava acquisito deve essere rimesso sul tavolo e difeso da capo. Per questo vale la pena ripeterle, certe ovvietà. Ripeterle finché non tornano a essere fondamenta e non opinioni. Come un mantra civile: semplice e lineare, quasi banale, ma più che mai necessario.
Si sa, del resto, che i sondaggi spesso servono a d aggiustare la verità, strofinarla, levigarla, rovesciarla, finché non aderisce perfettamente ai nostri stereotipi e ai nostri pregiudizi.
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