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​​Ordini annullati, meno materie prime, costi alle stelle: così la guerra colpisce le nostre aziende

Giuseppe Cantatore, Francesco De Marinis, Giuseppe Di Bisceglie
Pasta Riscossa destinata all'export verso l'Ucraina
Sui mercati regna una enorme instabilità. E le prime conseguenze sono già ben visibili anche per le imprese di casa nostra
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L'onda lunga della guerra arriva anche a casa nostra. Oltre che con le operazioni militari e sui tavoli della diplomazia, l'invasione russa in Ucraina si combatte anche sul piano economico. Le difficoltà nell'import-export, i grandi problemi nel reperimento di materie prime e il paventato taglio delle forniture energetiche – senza dimenticare il futuro impatto delle sanzioni – hanno fatto già arrivare numerosi riverberi anche a migliaia di chilometri di distanza.

È il caso del settore metalmeccanico, toccato frontalmente dalle conseguenze del conflitto. «Sia la Russia che l'Ucraina sono territori molto ricchi di risorse minerarie e materie prime necessarie per la produzione dell'acciaio e quindi, in questo momento, tutto il mercato ne risente, a cominciare da Italia e Germania che hanno i settori metalmeccanici più forti in Europa» afferma Alfonso Cialdella, amministratore delegato della Steeltech, azienda coratina impegnata da cinquant'anni nella lavorazione dell’acciaio. «Abbiamo enormi problemi sia a reperire acciao inox che a realizzare preventivi per le varie commesse a causa della difficoltà di avere basi di prezzo stabili del nickel, componente essenziale per la realizzazione dell'inox».

Due giorni fa il London Metal Exchange – una sorta di borsa dei metalli – ha infatti sospeso le contrattazioni sulla materia prima per eccesso di rialzo. «Lunedì prossimo dovrebbero sbloccare tutti i oistini, ma al momento siamo in stand by» prosegue Cialdella. «Nel frattempo il poco acciaio che viene prodotto è ovviamente salito molto di prezzo: da ottobre ad oggi di oltre l'80% e in quest'ultima settimana fino al 200%. Così non è possibile fare programmi». Un altro problema riguarda la logistica: «abbiamo materiale fermo in Ucraina che non può arrivare in Europa e anche questo determina un calo di produzione».

A tutto questo si aggiunge la crisi energetica che sta dando problemi ormai da diversi mesi. «La mia non è un'azienda energivora, ma le maggiori acciaierie hanno dovuto spegnere alcuni forni, producendo meno e rallentando l'economia. Di conseguenze ce ne saranno ancora tante nei mesi a venire, anche se al momento non è possibile fare previsioni perchè il mercato è troppo volubile. Volevamo rimettere in moto l'economia con superbonus e Pnrr, ma con queste ulteriori difficoltà nel reperimento delle materie prime, tutti questi discorsi hanno davvero poco senso».

Non solo commesse perse e accordi commerciali annullati. «La guerra in corso pesa soprattutto dal punto di vista energetico» racconta Margherita Mastromauro, general manager del pastificio Riscossa che, fino a due settimane fa, esportava in Russia e Ucraina. «Il danno derivante dalla sospensione delle forniture in corso e future è molto alto» continua l’imprenditrice. «Diversi ordini sono stati annullati e ci sono container fermi in Grecia che, ovviamente, non arriveranno a destinazione e dovremo riportare indietro». L’export verso la Russia, dopo la frenata avvenuta nel 2014, era cresciuto negli ultimi due anni. «L’anno scorso abbiamo ottenuto nuove commesse», conferma la Mastromauro.

Ora i due sbocchi commerciali saranno chiusi presumibilmente per diversi anni e questo costringerà le aziende a ricollocare quelle fette di mercato altrove. Oggi si teme soprattutto il riverbero del conflitto sui prezzi dell’energia, già fortemente in rialzo dallo scorso autunno. «Ad ottobre parlavamo di tempesta perfetta, a causa dei fattori che hanno scatenato gli aumenti. Adesso siamo travolti da uno tsunami». E le soluzioni adottate dal governo non bastano. «Misure insufficienti. Il caro energia, i prezzi altissimi del carburante, l’aumento delle materie prime e degli imballaggi pesano – conclude la Mastromauro – il governo deve intervenire con maggiore efficacia».

Tra i settori che maggiormente stanno risentendo della guerra in Ucraina c’è anche quello della zootecnia. Il prezzo dei mangimi è arrivato alle stelle e scarseggiano le scorte. Secondo una stima di Coldiretti, in Puglia è a rischio una stalla su quattro.  «La situazione è molto dura e pesante. Soltanto le aziende più grandi e strutturate hanno ancora delle scorte, ma certamente non saranno sufficienti sino alla fine dell’anno» spiega un agente di commercio coratino che lavora nel settore zootecnico. Il problema, però, non è soltanto limitato alla tenuta delle scorte. «A breve, in Ucraina, si dovrà mietere il grano, che è il principe dei cereali dai quali si ricava il mangime per gli animali. Ci chiediamo: chi lo dovrà mietere? Saranno nelle condizioni di poter effettuare queste operazioni?». E ancora: «quando sarà il periodo della semina, chi seminerà? Quando ci poniamo queste domande, le risposte che ipotizziamo non sono di certo confortanti». 

I prezzi del cibo per il bestiame sono intanto aumentati del 35%-40%. «Ma non si pensi che si tratti di un problema recente. È da oltre un anno che si stanno verificando problemi di carenza nelle scorte mondiali. La Cina si è già accaparrata da tempo gran parte delle scorte». L’aumento dei prezzi del cibo per bestiame si rifletterà inevitabilmente sul costo del prodotto finale. «Con la crescita esponenziale dei prezzi del mais, l’avicola e il pollame subiranno un inevitabile aumento del prezzo. Oggi, la carne di petto di pollo costa quanto una bistecca».

giovedì 10 Marzo 2022

(modifica il 10 Agosto 2022, 22:11)

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Antonio.
Antonio.
5 mesi fa

Qualcosa si può fare . Abbiamo tante terre abbandonate possiamo benissimo seminarlo noi in Italia il grano come faceva fare Mussolini senza essere sempre dipendenti da altri paesi.

Alex
Alex
5 mesi fa

Non dite cavolate l’aumento dei costi non ha nulla a che vedere con l’attuale conflitto. Dalla scorsa estate i prezzi aumentavano ed era difficile recuperarli.Ci stanno massacrando lentamente.

Antonio.
Antonio.
5 mesi fa

Sign. Paola con tutto rispetto anche sevil mio cervello si e bloccato al 1944 ho studiato poco e vero. Ma la globalizzazione adesso dove ci porterà. Non parlo di altri prodotti ma almeno il grano possiamo seminarlo noi

Franco Battiato
Franco Battiato
5 mesi fa

“…Si può sperare che il mondo torni quote più normali…che possa contemplare il cielo e i fiori…che non si parli più di dittature…se avremo ancora un po' da vivere…la primavera intanto tarda ad arrivare…”

Annalisa L.
Annalisa L.
5 mesi fa

I russi senza Facebook, McDonald's e Starbucks staranno certo meglio di noi senza grano e gas.

il pelato
il pelato
5 mesi fa

questo è il risultato del servilismo a Bruxelles, da paese esportatore siamo diventati importatori, i nostri industriali anzichè privilegiare il prodotto interno ovvero ITALIANO acquista merce di dubbia provenienza e controllo, hanno obbligato la nostra agricoltura a limiti di produzione controproducenti e con prezzi all'acquisto da capestro. Di cosa ci lamentiamo.

il pelato
il pelato
5 mesi fa

la classe politica stà propinando bonus + bonus e chi più ne ha più ne metta, ora mi aspetto il bonus accoglienza per quei malcapitati Ukraini, i beneficiari saranno i soliti IGNOTI ovvero i soliti fanfaroni, i bonus giustificheranno la salita vertiginosa del caro vita, come il lauto aumento di stipendio dei parlamentari. la madre dell' aumento dei prezzi è stata la PRIVATIZZAZIONE mascherata.

franco
franco
5 mesi fa

ma se ogni anno che DIO manda sulla terra- anzi sulla Puglia- i coltivatori del grano in capitanata ( insieme a quelli dei pomodori) lamentano lo strangolamento dei prezzi da parte dei grandi trasformatori di pasta e salsa.- ogni anno che io ricordi- comincia quindi a convincerci che queste materie prime alimentari (almeno 2) le dobbiamo produrre e trasformare solo dalla Puglia ove basta ed avanza per l'intera nazione ed oltre