Politica

Francesco Stolfa: “Al referendum votiamo No, ma per una riforma migliore”

Francesco Stolfa
Dopo la presentazione delle ragioni del Sì, esposte ieri dal consigliere di AN, Luigi Patruno, tocca oggi all'avv. Francesco Stolfa illustrare perchè votare No al referendum sulla devolution
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Questa campagna referendaria non mi ha entusiasmato. Confesso di aver vissuto con un certo fastidio i toni apocalittici usati da una parte e dall’altra per esporre le catastrofiche conseguenze che avrebbe comportato la vittoria della posizione opposta.

Io, invece, considero questa riforma costituzionale semplicemente solo un tentativo malriuscito ma nella direzione giusta. Non ho difficoltà ad ammettere, infatti, che condivido molte delle esigenze che la ispirano: il principio di sussidiarietà (e cioè la necessità di portare la gestione dei servizi pubblici al livello più vicino ai cittadini), il superamento del bicameralismo perfetto, il rafforzamento del ruolo del premier.

Non condivido affatto, però, il modo in cui esse sono state realizzate dal Centrodestra. E non mi riferisco solo al contenuto della riforma ma anche alle modalità con cui si è arrivati alla sua approvazione. Solo degli irresponsabili potevano pensare di cambiare radicalmente mezza Costituzione a colpi di maggioranza, realizzando così una forzatura istituzionale senza precedenti. E non mi si venga a dire che lo stesso aveva fatto il Centrosinistra con la riforma del titolo V: intanto due errori non fanno una cosa giusta e poi la riforma del Centrosinistra, almeno, era stata ampiamente dibattuta nella commissione bicamerale di D’Alema e nella Conferenza Stato-Regioni; e si trattava, poi, di pochi articoli.

In questo caso quattro presunti esperti (fra i quali un dentista padano, Calderoli), riunitisi in una baita di Lorenzago, hanno buttato giù un pastrocchio che rappresenta semplicemente il punto di equilibrio delle loro contrapposte esigenze politiche. I loro rispettivi partiti (FI, UDC, AN, Lega), poi, si sono rifiutati di discutere con chicchessia (se non marginalmente) il pastrocchio medesimo.

Il risultato è che ora noi cittadini italiani ci troviamo a dover affrontare questa prova referendaria in cui con un unico SI o un unico NO dobbiamo decidere se ci vanno bene oltre 50 articoli di una legge costituzionale che potrebbe cambiare radicalmente la nostra vita futura e forse anche quella dei nostri figli.

Vi dirò subito tre ragioni per cui ritengo che questa riforma debba essere cancellata. Ma ciò che più conta è che dobbiamo essere consapevoli che, dopo aver sgombrato il campo dal pastrocchio, dovremo incamminarci più seriamente verso i medesimi obiettivi. Perché il nostro Paese ha bisogno di semplificare il procedimento legislativo, di completare il decentramento dei poteri del governo centrale in favore di regioni ed enti locali, di rafforzare l’esecutivo e il ruolo del premier, quale contrappeso di quel decentramento.

La prima cosa che non va in questa riforma è che essa ingessa eccessivamente il sistema elettorale. In tutte le democrazie moderne il sistema elettorale è regolamentato con legge ordinaria al fine di poterlo via via adeguare alle trasformazioni sociali. La legge costituzione voluta dal Centrodestra, invece, impone e fissa in modo pressoché immodificabile un sistema elettorale che comporta l’elezione diretta del premier e il suo collegamento indissolubile a una maggioranza.

Le cd. norme antiribaltone e il meccanismo della sfiducia costruttiva fanno in modo che non sia possibile in nessun caso alterare la maggioranza emersa dalla urne (neanche in presenza di emergenze nazionali) per cui ogni crisi di governo comporterà quasi inevitabilmente lo scioglimento della Camera. Questa normativa che può sembrare orientata da intenti moralizzatori, e forse lo è, di fatto attribuisce alle ali estreme dei due schieramenti di centrodestra e di centrosinistra poteri davvero determinanti sulla politica governativa. Altro che premierato forte, quindi! Nella riforma del Centrodestra il premier è particolarmente debole in quanto continuamente ricattabile dalle componenti estreme della sua maggioranza. E non è certo questo di cui il nostro Paese ha bisogno.

La seconda cosa che non va è che il senato federale, così come disegnato nella cd. Devolution, non rappresenta affatto le Regioni. In tutti gli stati federali l’assemblea nazionale in cui essi sono rappresentati è una loro espressione diretta. Nella riforma costituzionale emersa dalla baita di Lorenzago, invece, i senatori sono eletti, così come del resto è ora, direttamente dal corpo elettorale, sia pure su base regionale. Nulla esclude, quindi, che essi possano esprimere orientamenti diversi da quelli dei singoli Consigli Regionali. La composizione del Senato, inoltre, non viene rinnovata nel suo complesso, contestualmente, ma “a pezzi”, ogni volta che si svolgono le consultazioni elettorali per il rinnovo dei singoli consigli regionali.

Tutto ciò farà del Senato un organo in preda alla confusione e in cui le maggioranze cambieranno continuamente nel tempo. Molto meglio sarebbe stato far eleggere tutti i senatori contestualmente e direttamente dai Consigli Regionali. Infine, il numero dei Senatori, sia pure ridotto da 315 a 250 resta, francamente, ancora eccessivo, tenendo conto delle ridotte funzioni che la riforma attribuisce ormai a questa assemblea.

La terza cosa che proprio non mi va giù è la modifica introdotta nell’art. 138 della Costituzione che regolamenta il procedimento di revisione costituzionale. È stato, infatti, eliminato il terzo comma in base al quale, quando la modifica fosse approvata con una maggioranza molto ampia (2/3) non si farebbe luogo al referendum confermativo. Se passa la Devolution, invece, il referendum

sarà possibile sempre (su richiesta di 500.000 cittadini, di 1/5 di senatori o deputati o di 5 consigli regionali) e, in pratica, non potrà essere evitato. Diventerà quindi più complesso e farraginoso il procedimento di revisione costituzionale. E siccome da Destra e da Sinistra ci si sta sbracciando, in questi giorni, a promettere che, comunque vada questo referendum, subito dopo sarà necessario sedersi attorno a un tavolo per concordare nuove modifiche, sarebbe proprio una follia se, in vista di queste modifiche, facessimo entrare in vigore una procedura di revisione costituzionale più lenta e complessa. A meno che, naturalmente, da Destra, la promessa di rettificare la devolution sia una sorta di … promessa di marinaio.

Le mie perplessità non sono, del resto, solo mie ma albergano anche fra le fila dei più autorevoli sostenitori del SI. I pochi costituzionalisti che hanno dato questa indicazione di voto (sono 18, a fronte delle centinaia che si sono espressi per il NO) e che in questo senso hanno firmato un appello su “Il Giornale”, hanno anche ammesso, però, che la Devolution presenta alcuni difetti e richiede correttivi.

Essi segnalano, in particolare (cito testualmente): «a) il complesso procedimento legislativo che appare farraginoso e che rischia di determinare conflitti di competenza fra le due Camere paralizzando l’iter formativo delle legg</em>i; b) la forma di governo, ove alcune rigidità finiscono per attribuire poteri di veto e di ricatto a componenti minoriate della maggioranza; c) la composizione e il ruolo del Senato non pienamente rappresentativo delle Regioni e dotato di poteri decisionali che pregiudicherebbero la funzione di indirizzo del governo».

Un vero pateracchio pericoloso, insomma, secondo i suoi più autorevoli sostenitori. Per me è più che sufficiente per votare un NO forte e chiaro.

sabato 24 Giugno 2006

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